Allievisspa.org
Rassegna Stampa
Uno
sguardo sul dibattito più recente circa il futuro dell'Amministrazione
pubblica. Ritagli dai maggiori quotidiani nazionali on-line
Nando Tasciotti: I
nuovi dirigenti pubblici faranno lo stage in USA l Messaggero
24 Febbraio 2003
Nando
Tasciotti: Dirigenti, ai giovani piace lo Stato
Il Messaggero Mercoledì 22 Gennaio
2003
La più “piccola”, 28 anni, lavora per il fisco
Il
Messaggero Mercoledì 22 Gennaio 2003
Antonio
Galdo: Superconcorso
ma per posti già occupati Il Mattino 30 novembre 2001
Pietro
Piovani: Dirigenti
statali, addio ruolo unico Messaggero 29 novembre 2001
Roberto
Bagnoli: E
per i tremila manager di Stato adesso arriva l’esame annuale
Corriere della Sera.
S.
MASTRUZZI: «Nomine,
attenti ai blitz del governo» Il
Messaggero 17 maggio 2001
M. Massaro, PA, servono manager ad hoc (Il Sole 24 ore, 6
aprile 2001)
F. Bassanini, Ma la mia riforma ha cancellato i burocrati del posto
fisso, con replica di A. Panebianco (Corriere della Sera, 28
febbraio 2001)
M. Clarich, Le mani della politica (Il Sole 24 ore, 27
febbraio 2001)
A. Panebianco,
Se la burocrazia va all’opposizione (Corriere della
Sera, 26 febbraio 2001)
S. Cassese
Potere ai sindacati
(Il Sole 24
Ore, 21 febbraio 2001)
P. Piovani -
Frattini:
se vinciamo, rivoluzione nei ministeri
N. Tasciotti
Come cambia la macchina dello Stato (Messaggero, 14
gennaio 2001)
P. Piovani Statali, più protetti gli alti dirigenti (Messaggero, 14
gennaio 2001)
D. Pirone
Burocrazia e federalismo (Messaggero, 14 gennaio 2001)
Repubblica Amato si affida ai giovani (Repubblica, 4 luglio 2000)
F.
Giavazzi: Il Burocrate è salvo -
Corriere della Sera , 10 giugno 1999 (pdf)
F.
Giavazzi: Quei dirigenti poco Europei -
Corriere della Sera, 12 maggio 1998 (pdf)
Torna alla pagina
principale
 |
Il
Messaggero Mercoledì 22 Gennaio 2003 |
Ecco dove sono stati “innestati” i
vincitori dei primi due corsi-concorsi della Scuola Superiore
Dirigenti, ai giovani piace lo Stato
Sono già 225 i manager trentenni ai
vertici di enti e ministeri
di NANDO TASCIOTTI
ROMA — Sono già più di duecento, e altri 110 saranno pronti quest’anno;
hanno un’età media di 33 anni (la più giovane ne ha 28) e sono forti
professionalmente (lauree da 105 a 110 e lode; hanno studiato un paio di
lingue straniere, informatica, gestione di procedure e di organizzazioni,
comunicazione istituzionale,ecc., e hanno fatto stage anche in aziende
private). E sono già ai vertici di alcuni settori pubblici, con la qualifica
di dirigente (ma tra loro c’è anche un direttore generale). Ministri,
"governatori" delle Regioni e sindaci ormai se li contendono, e lo
stesso presidente della Repubblica, Ciampi, ha chiesto di rafforzare questa
strada di reclutamento dei nuovi dirigenti. «Ogni anno deve avere la sua
vendemmia!», ha detto infatti lo scorso ottobre, al 40° anniversario della
Scuola superiore della pubblica amministrazione: una struttura di formazione
post-laurea che — sulla scia della mitica (ma ora un po’ in declino) Ena
di Parigi-Strasburgo — consente di immettere giovani direttamente ai vertici
con la qualifica di dirigenti, e stipendi netti di 2.000-2.500 euro al mese.
Ma dove sono finiti i prodotti delle prime due "vendemmie", che —
si spera — possano essere i "pionieri" di una nuova
amministrazione? Degli 87 vincitori del primo corso-concorso (quello del
2000), 15 sono stati innestati nel ministero dell’Economia, 10 nella
Presidenza del Consiglio: la metà nel Dipartimento della Funzione pubblica, e
il primo di quella graduatoria, Francesco Vèrbaro, 33 anni, lì ha già da un
anno la qualifica di dirigente generale (è il più giovane d’Italia con
questa qualifica, è vice capo di Gabinetto e dirige l’ufficio del personale
della pubblica amministrazione: gestisce insomma il reclutamento, la mobilità
e le piante organiche di quasi tutto il pubblico impiego: insomma, di quasi
tre milioni di persone). Altri 7 sono all’Inps, 5 alla Giustizia, 3
rispettivamente alla Corte dei Conti, alle Attività produttive e alle
Politiche agricole. Gli altri in vari ministeri ed enti locali.
Il secondo corso-concorso, nel 2002, ha sfornato altri 138 giovani dirigenti,
che sono andati in gran parte nei ministeri dell’Economia (23), dell’Istruzione
e università (20), della Giustizia (15), della Difesa (13), e anche all’Inpdap
(16) e all’Agenzia delle Dogane (15). Gli altri sono sparsi in altri
ministeri ed enti, e saranno raggiunti quest’anno da altri 110 del
corso-concorso del 2003.
Il loro obiettivo — dicono — è di caratterizzarsi sempre più come
manager, mettendo in conto anche conflitti culturali con l’attuale
dirigenza, più anziana, formata ed abituata ad una cultura prevalentemente
giuridica. Già da due anni, del resto, hanno costituito l’Associazione dei
giovani dirigenti pubblici (presieduta prima da Francesco Vèrbaro e ora da
Pompeo Savarino, segretario generale del comune di Civitavecchia) e puntano
tra l’altro a favorire la mobilità all’interno del settore pubblico
(molti sono ora attratti dalle opportunità del federalismo regionale) ma
anche verso il privato: tra un mese sarà appunto varato il regolamento della
legge 145 del 2002 che prevede un’aspettativa di 5 anni per consentire ai
giovani dirigenti pubblici di fare esperienza anche in imprese private,
evitando però conflitti d’interesse. Ma il loro obiettivo è di arrivare
anche ad una sorta di "patentino" europeo, per agevolare la
mobilità verso le istituzioni comunitarie ed internazionali.
Insomma, il lavoro pubblico sta diventando non più un ripiego, ma una scelta
mirata di molti giovani, a mano a mano che si allontana (in alcuni settori)
dalle "scartoffie" e richiede nuove professionalità. E una ricerca
del Formez su 52 dei 77 atenei italiani, statali e non — che sarà
presentata oggi dal Dipartimento della Funzione pubblica, in collaborazione
con la Conferenza dei Rettori — documenta che le università italiane stanno
cominciando a sfornare sempre più corsi di laurea, lauree triennali, master,
corsi di specializzazione e dottorati di ricerca in sintonia con la domanda
che nei prossimi anni verrà dal settore pubblico e dalle sue articolazioni
"federali" ed europee.
Complessivamente, in aree di interesse per la pubblica amministrazione, nell’anno
accademico 2001-2002 sono stati avviati 368 corsi di laurea triennali
(soprattutto nelle università di Bologna, Palermo, Roma-La Sapienza, Viterbo,
Sassari) e 254 corsi post-laurea (in particolare, a Napoli-Federico II,
Firenze, Teramo, Politecnico di Milano, Bologna e Bocconi di Milano).
I più sicuri sbocchi occupazionali offerti dalla pubblica amministrazione?
Secondo la maggioranza degli atenei si delineano, oltre che nella consueta area
giuridica, soprattutto nelle aree dell’economia e del management
(maggior ruolo di figure imperniate su una cultura "di risultato),
dei beni culturali (non più solo tutela e valorizzazione del nostro
patrimonio, ma anche nuove figure professionali: confezionatori di
"prodotti" orientati su precisi target di utilizzatori;
organizzatore di eventi; manager di strutture culturali multimediali); dell’ambiente
e territorio (per la gestione di fondi europei, dei rifiuti; per la difesa
del suolo); degli affari internazionali (rapporti europei e
mediterranei, politica estera delle stesse regioni) e della comunicazione
istituzionale.
 |
ll
Messaggero Mercoledì 22 Gennaio 2003 |
La più “piccola”, 28 anni,
lavora per il fisco
ROMA — Le procedure troppo lunghe? «Si superano, con il lavoro di gruppo
e con un buon rapporto con gli altri uffici». La resistenza dei colleghi
dirigenti più anziani? «La chiamerei diffidenza. Ma è normale: quando
arriva uno più giovane, lo si annusa». Lo stipendio? «Un po’ sopra i
2.000 euro netti al mese. Senz’altro buono, specie per chi è all’inizio
della carriera». Daniela Rota, 28 anni, di Reggio Calabria, è la più
giovane tra i 4.444 dirigenti statali, e l’unica al di sotto dei 30 anni.
Certo non ha perso tempo: nel ’97, si è laureata a Roma con 110 e lode in
Giurisprudenza alla Luiss; dopo l’iscrizione all’Albo, aveva cominciato a
fare l’avvocato, ma ha vinto anche il concorso per entrare nella Scuola
superiore della pubblica amministrazione. E, dopo due anni e mezzo di corso
(con stage nell’ufficio relazioni sindacali della Funzione pubblica), è
diventata la più giovane dirigente statale. Tra i vincitori del secondo
corso-concorso della Scuola è risultata al 40° posto (su 138) ed ha scelto
di andare al ministero dell’Economia e delle Finanze.
Qual è il suo incarico?
«Sono uno dei dirigenti dell’Ufficio della comunicazione istituzionale del
Dipartimento per le politiche fiscali. Mi occupo di strategie e piani di
comunicazione: abbiamo curato recentemente la campagna per l’emersione dal
sommerso, e stiamo continuando a lavorare, in particolare, su quella per la
legge finanziaria. Ma curiamo anche la partecipazione a manifestazioni ed
eventi (Forum P.A., Smau, Com.Pa)».
Quante persone ha alle sue "dipendenze"?
«Con me lavorano 6 persone: quattro a tempo pieno, e due part-time. Il clima
è ottimo: siamo tutti giovani, e l’obiettivo è di migliorare le procedure
della pubblica amministrazione e il rapporto con i cittadini».
Non è spaventata dai "lacciuoli" della burocrazia?
«Ho già gestito una gara (quella sul sommerso), assieme all’Ufficio
risorse, e non ho incontrato grosse difficoltà. Penso che si possano superare
con il lavoro di gruppo».
Come l’hanno accolta i colleghi dirigenti più anziani?
«Non ho trovato resistenza. Un po’ di diffidenza, sì. Ma è normale: chi
è più giovane viene annusato, lo si mette alla prova. E il fatto che
proveniamo direttamente dalla Scuola superiore è un "bollino"
importante, ma non basta: l’autorevolezza ce la dobbiamo conquistare sul
campo».
N. T.
LA
STORIA
Superconcorso ma per
posti già occupati
Il Mattino
30 novembre 2001
Antonio Galdo
In un modo bisognava fermarli. E si è scelta la strada più sottile: il gioco
di prestigio. Posti che appaiono e scompaiono, come nei trucchi del mago
Silvan. Così 138 neo dirigenti della Pubblica amministrazione, trentenni,
simboli del presunto rinnovamento ai vertici della macchina dello Stato,
rischiano di avere vinto un autentico concorso beffa. Eppure hanno superato
due anni di selezioni, sono laureati con il massimo dei voti, conoscono
l’inglese e il computer. Ma sono scomodi. La storia inizia con una legge del
1993, che finalmente introduce il corso-concorso per i dirigenti dei
ministeri. Gente che conta, talvolta più dello stesso Ministro. Si aprono le
porte alla trasparenza e alle nuove leve: i direttori, infatti, sono reclutati
attraverso il serbatoio della Scuola nazionale della Pubblica amministrazione.
Si guarda alla Francia, e a quella straordinaria ossatura di commis d’Etait
sfornata da decenni dalle Grandi Scuole del Paese. In Italia siamo lenti, e
passano sette anni fino al giorno (ottobre del 2000) in cui una prima
generazione di 118 trentenni possono occupare i posti vinti grazie ai meriti e
non alla solita cooptazione. Oggi, a fatica, questi ragazzi li trovi nelle
stanze di Palazzo Chigi, oppure ai vertici del Tesoro e della Pubblica
Istruzione. Per la seconda ondata, il ritmo non cambia. Si parte lenti,
comodi, e si finisce martedì scorso, con le ultime prove orali: i promossi,
138 su oltre 5mila candidati iniziali, sono pronti a firmare i loro contratti.
Ma qui scatta la trappola. A una nuova ricognizione sui posti messi sul tavolo
di un concorso formalmente bandito nel 1997, l’Italia dalla via francese si
ritrova nel buio di un vicolo di Forcella. Gli incarichi che contano, quelli
nelle sedi centrali dei ministeri, sono stati cancellati. Spariti. Le porte
dei palazzi romani sono chiuse per i trentenni che possono, però, scegliere
nuove sedi periferiche. C’è un ottimo posto alla Ragioneria della
Prefettura di Verbania. Alla Guardia costiera di Trieste. Al Provveditorato
alle Opere pubbliche di Potenza. Alla Motorizzazione di Bergamo.
Dal centro, il rinnovamento deve spostarsi in periferia: forse i neo dirigenti
sono considerati già figli del federalismo. Oppure, ipotesi più probabile,
nelle stanze dei bottoni dei ministeri romani ha iniziato a dare fastidio
l’idea di un reclutamento così elementare nella sua architettura quanto
trasparente nelle procedure. E i posti di direttori, quelli messi a concorso
in un primo momento, che fine hanno fatto? Semplice: sono stati occupati
attraverso le promozioni e alcune prove di selezione (quiz e crocette)
interne. Quello che Lenin definiva «l’esercito permanente della burocrazia»
è abilissimo a riprodurre i suoi generali, a inventarli dalle sue viscere,
senza che nessuno si sogni, anche per un attimo, di cambiare le regole del
gioco. E di farci sentire in Europa, con una classe dirigente che abbia gli
stessi connotati di quella francese, tedesca, o inglese. In ogni caso, gli
scontenti per i trucchi da mago Silvan, possono aspettare il nuovo concorso,
quello bandito nel 1998. Bisognava recuperare il tempo perduto, e la fretta ha
giocato un brutto scherzo agli organizzatori dei giochi di prestigio: nella
nuova prova, infatti, era stato previsto un limite di età cancellato dalla
riforma dell’ex ministro Franco Bassanini. Da qui uno stop durato due anni,
la recente riapertura del bando, e l’inizio di una nuova fase di
preselezioni. Se tutto andrà bene, la terza pattuglia dei dirigenti della
Pubblica amministrazione sarà pronta a scendere in campo nel 2004. E per
quella data, ci potete giurare, saranno sicuramente disponibili delle
magnifiche scrivanie a Bolzano ed a Cosenza. Il rinnovamento, iniziato a Roma,
riparte dalla periferia.
Approvata
in commissione, con diversi emendamenti, la nuova legge sui manager pubblici
Dirigenti
statali, addio ruolo unico
E il governo azzera tutti gli incarichi di
prima e seconda fascia
Messaggero
29 novembre 2001
di PIETRO PIOVANI
ROMA — Abolizione del ruolo unico per i dirigenti, azzeramento di tutti gli
incarichi dirigenziali sia di prima che di seconda fascia, contratto a parte
per i dipendenti-professionisti. Il disegno di legge sulla dirigenza pubblica,
che già in partenza cambiava radicalmente il quadro normativo del settore,
esce dalla commissione Affari costituzionali della Camera con almeno tre
innovazioni esplosive. Il testo (che presumibilmente affronterà l’esame
dell’Aula a gennaio) accoglie le correzioni richieste dalla maggioranza e in
particolare da An, fortemente sostenute dal sottosegretario Learco Saporito.
Nettamente contraria anzi indignata l’opposizione, che ha chiesto di
presentare un suo testo alternativo. Secondo Gianclaudio Bressa della
Margherita il provvedimento è «una controriforma che riporta l’orologio
indietro agli anni Sessanta».
Il ruolo unico. Appena tre anni fa la riforma Bassanini ha fatto
confluire tutti i 5 mila dirigenti dello Stato in un solo elenco, il “ruolo
unico". Ora la legge abolisce questa unificazione. Quindi ogni dirigente
ha la sua amministrazione di appartenenza: chi lavora al ministero
dell’Economia non può passare al ministero delle Attività produttive. E se
il ministro non gli rinnova l’incarico? Per evitare che il dirigente resti
inattivo in attesa di un nuovo ministro, il testo attribuisce alla Funzione
pubblica il potere di trasferire per decreto un dirigente da un ministero
all’altro, “sentita l’amministrazione interessata". In teoria
dunque un’amministrazione potrebbe essere obbligata a ospitare un dirigente
anche se non lo vuole. Il sottosegretario Saporito avverte che il
trasferimento può avvenire solo «a domanda dell’interessato». Gianclaudio
Bressa della Margherita sottolinea però che «di domanda dell’interessato
nel testo del disegno di legge non si parla», di fatto tutto è rimesso alla
decisione del ministro della Funzione pubblica.
Spoils system per tutti. Il provvedimento dice che gli incarichi ai
dirigenti «cessano alla data di entrata in vigore della presente legge». Un
emendamento approvato in Commissione stabilisce che la norma vale non solo per
i dirigenti generali, ma anche per quelli di seconda fascia. Un gigantesco spoils
system una tantum per migliaia di capiufficio. Spiega Saporito: «Il
governo non può mantenere gli impegni assunti con gli elettori se nelle
amministrazioni rimangono ancora tanti talebani che non credono al nuovo
indirizzo politico». Secondo l’opposizione questa norma è
incostituzionale, perché si scioglie un contratto privato per legge e senza
motivazione.
I professionisti. Un altro emendamento della maggioranza istituisce
l’area contrattuale dei “professionisti". Cioè avvocati, ingegneri,
architetti, medici che oltre a essere iscritti ad albi professionali sono
anche dipendenti di amministrazioni pubbliche. Avremo così quattro livelli di
contratto pubblico: i dirigenti, i quadri (un’altra novità di questo
disegno di legge), gli impiegati e i professionisti. A proposito dei quadri,
un emendamento precisa che in fase di prima applicazione della legge vanno
considerati in questa area anche quei funzionari ex ottavo e nono livello che
non hanno una laurea.
|
Firmata
la direttiva per la pubblica amministrazione
E per i tremila manager
di Stato adesso arriva l’esame annuale
Saranno penalizzati i
dirigenti che non raggiungeranno gli obiettivi assegnati
-
-
DAL
NOSTRO INVIATO
TAORMINA - Per i tremila manager di Stato sta per partire una vera e
propria rivoluzione: verranno valutati alla fine di ogni anno e se non
raggiungeranno gli obiettivi assegnati potranno essere mandati a casa.
Anche prima del termine contrattuale come invece prevede la legge
Bassanini. Questo il senso della direttiva firmata giovedì 15 dal
presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e annunciata ieri a
Taormina dal ministro della Funzione Pubblica Franco Frattini.
«Con questa direttiva - ha spiegato Frattini - viene di fatto
anticipata la legge sulla riforma della pubblica amministrazione. Gli
alti dirigenti di Stato non verranno più giudicati secondo i
meccanismi delle simpatie politiche. Ma andrà avanti solo chi
dimostrerà di essere bravo». La legge Frattini, una volta approvata
dal Parlamento, introdurrà una specie di mobilità temporanea per gli
alti funzionari dello Stato: i dirigenti potranno anche prestare il
loro servizio presso aziende private, come già avviene all’estero,
per poi tornare, se lo vorranno. La direttiva di Berlusconi prevede
che tutti gli anni, entro dieci giorni dall’approvazione della legge
di bilancio, ogni ministro dovrà emanare una sua «direttiva
sull’azione amministrativa e la gestione» per stabilire gli
obiettivi del dicastero. La prima della legislatura sarà
fondamentale. A partire dalle direttive ministeriali del 2002 tutte le
amministrazioni dovranno dotarsi di un sistema per la valutazione dei
dirigenti, che «entro il primo semestre 2002 dovrà essere operativo»,
e sulla cui base verranno corrisposti gli incentivi economici previsti
dal nuovo meccanismo contrattuale.
A Taormina la pubblica amministrazione ha tentato di immaginarsi in
una veste nuova, con un convegno organizzato dall’associazione dei
giovani dirigenti. «Mi sono accorto - ha ammesso il ministro per
l’Innovazione e le tecnologie Lucio Stanca - che anche per
modificare l’organizzazione del mio dicastero ci vogliono nuove
leggi, col risultato che in quattro mesi, un periodo di tempo che in
una azienda privata è considerato importante, sono riuscito a fare
ben poco».
Bruno Ermolli, presidente di Sinergetica, consulente di Berlusconi per
la riforma della macchina statale, è convinto tuttavia che questa sia
la volta buona grazie alla stabilità politica. Ma per riuscirci sono
necessarie scelte decise: project financing come il modello
anglosassone per le opere pubbliche, informatizzazione della giustizia
per accorciare i tempi dei processi e massima diffusione delle
tecnologie informatiche fino all’introduzione del voto elettronico.
Per Frattini è necessario anche agire sul rapporto fra burocrazia e
cittadini ai livelli più elementari. «La prima cosa da fare - ha
affermato - è tradurre in italiano il linguaggio burocratico. Non
voglio più leggere, come è successo anche nell’ultimo censimento,
che un pensionato venga definito "ritirato dal lavoro"».
E mentre il senatore di Alleanza nazionale Learco Saporito,
sottosegretario alla Funzione Pubblica, ha spronato il governo a
insistere sullo spoils system «perché è giusto mandare a
casa chi non la pensa come noi, solo così si possono cambiare davvero
le cose», il segretario generale di palazzo Chigi Antonio Catricalà
si è detto certo che in sei mesi la macchina dello Stato sarà
rivoluzionata. «Entro la prima settimana di dicembre - ha annunciato
- la direttiva Frattini sarà inviata a tutti ed entro il 10 di
gennaio saranno pronte le direttive dei singoli ministeri». Saranno
coinvolti in prima persona i tremila alti dirigenti dello Stato, cui
dipendono 300 mila funzionari e a cascata oltre tre milioni di
dipendenti pubblici. In questa «rivoluzione» è prevista anche una
offensiva sul fronte dell’immagine. Frattini ha così incaricato
l’Osservatorio permanente Giovani editori (realizzato da Cesare
Romiti, presidente della Rcs, e da Andrea Riffeser, presidente della
Monrif) guidato da Andrea Ceccherini di fare proposte operative. «Potremmo
ispirarci all’esperienza del Regno Unito - ha anticipato Ceccherini
- che da un anno ha creato un panel di 5 mila cittadini per
sondare costantemente il funzionamento della macchina pubblica».
|
|
Roberto
Bagnoli
|
Il
Polo denuncia i rischi di interventi nella pubblica amministrazione e negli
enti controllati dal Tesoro già nel Consiglio dei ministri di oggi
«Nomine, attenti ai
blitz del governo»
An lancia l’allarme: il centrosinistra prima di lasciare tenta di occupare
le ultime poltrone
di SALVATORE MASTRUZZI
ROMA — A tempo scaduto, nei minuti di recupero, parte l’attacco per
conquistare le ultime poltrone buone rimaste ancora disponibili nel salotto
Italia. Probabilmente già al Consiglio dei ministri di oggi potrebbe essere
presentato un pacchetto di nomine per coprire posizioni di vertice nella
pubblica amministrazione. La denuncia viene per la Casa delle Libertà dal
senatore Learco Saporito, responsabile della P.A. di An, il quale si mostra «indignato»
aggiungendo che «il governo con queste azioni scorrette mi ricorda il Clinton
degli ultimi giorni di presidenza quando ripagava con grazie e cortesie
parenti e amici per gli aiuti ricevuti».
Ma non finisce qui. Infatti, queste nomine saranno rimpolpate da altri
pacchetti di dirigenti di vertice nell’ambito del ventaglio degli enti
economici, già pubblici, oggi trasformati in spa, che tuttavia sono rimasti
in tutto o in parte in mano allo Stato che li gestisce attraverso il ministero
del Tesoro. È chiaro l’intento di predisporre un assetto manageriale già
definito prima dell’entrata in carica del prossimo governo.
Il senatore Saporito si prodiga nei dettagli. Comincia facendo tra tutti il
nome di Carlo Malinconico,
consigliere di Stato, da cinque anni fuori ruolo distaccato presso la
Presidenza del consiglio. Era già pronto il provvedimento per la nomina a
direttore della Scuola Superiore
della Pubblica amministrazione. Le
"carte" erano posto ma non è stato ancora superato l’ostacolo
dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio di Stato che avrebbe dovuto dare il
nulla osta. Non lo ha fatto, ritenendo più opportuno rinviare
l’autorizzazione a dopo le elezioni. Se ne riparlerà pertanto il 24 maggio.
Tuttavia, l’esito negativo sembra scontato. Infatti, va tenuto presente che
Malinconico è da molti anni fuori ruolo per cui per regolamento deve per
almeno due anni tornare a lavorare presso l’ufficio di origine. Se il parere
dovesse essere come sembra negativo il consigliere Malinconico, osserva
Saporito, tornerà a scrivere sentenze.
Tuttavia «il governo non molla la presa» perché, avverte l’esponente di
An, «sarebbe già pronta la soluzione riparatrice. Si tratterebbe di Nino
Freni, avvocato dello Stato, attualmente capo di gabinetto del ministro
della Funzione pubblica Franco Bassanini.
Saporito va avanti con quelle che definisce "forzature del governo
agonizzante, che concretizzano pur nel rispetto della discrezionalità
amministrativa del governo in carica un comportamento inopportuno e
giuridicamente lesivo delle prerogative del futuro governo, voluto
dall’esercizio della volontà popolare». Il senatore ricorda che è scaduto
martedì scorso il bando per la nomina del direttore generale del Cnr.
«Farlo oggi sarebbe politicamente scandaloso. Mi risulta che la stessa cosa
si vorrebbe fare per la nomina del presidente del Collegio dei sindaci dell’Inps
e di altre istituzioni pubbliche».
A questo punto è chiaro che è scattata una stretta vigilanza sull’intero
ventaglio di nomine e di promozioni dell’ultima ora. E che diverrà assai
arduo aggirare il blocco che le forze uscite vincenti dal voto di domenica
scorsa metteranno in atto per scongiurare colpi di mano.
Intanto il governo va avanti per la sua strada. Pronte sul tavolo del ministro
del Tesoro, Vincenzo Visco, ci sono le nomine fresche a dirigenti generali con
attribuzione delle relative funzioni, di tre alti burocrati: Alessandra
Sartore, area Ds, che viene dalla Ragioneria dello Stato, oggi dirigente
di seconda fascia all’Ufficio legislativo, con Riccardo Faini e Luciana
Patrizi. Saporito non discute del valore professionale di questi
funzionari ma contesta duramente i tempi e i modi dell’operazione, fatta
fuori tempo massimo dopo che lo stesso presidente Amato aveva caldamente
consigliato i suoi ministri di non proporre nomine dopo lo scioglimento delle
Camere.
Il nominificio in articulo mortis non si ferma naturalmente qui. Sembra
sia pronto da un mese il regolamento dell’Authority per le Onlus (le
organizzazioni non profit del volontariato) per la quale si cerca tra
l’altro un Signor presidente. Il nome che si fa per questa carica sarebbe
quello di Irene Pivetti. È in ballo inoltre la nomina a presidente
dell’Unire del magistrato Gennaro Terracciano, direttore della Scuola
Centrale Tributaria “Ezio Vanoni". Perché possa assumere l’incarico
occorre che si dimetta da magistrato. Non sarebbe questo un ostacolo
insormontabile perché la normativa offre una comoda scappatoia. Il prescelto
dal governo Amato, infatti, potrebbe tranquillamente dimettersi, agendo come
ha fatto a suo tempo Angelo Piazza, ex ministro della Funzione pubblica del
governo D’Alema, oggi insegnante della Scuola Ezio Vanoni: dimettersi da
magistrato per poter diventare in questo modo presidente dell’Unire e
successivamente, qualora lo desideri, rientrare tranquillamente in
magistratura andando a coprire lo stesso posto in organico lasciato al momento
delle dimissioni, come se fosse sempre rimasto in servizio (si tratta di un
trattamento di favore legittimo che la legge riserva a chi insegna o dirige la
Scuola Centrale Tributaria).
Marino Massaro
Deludente l’esperienza del
«trasferimento» di gestori dal settore privato
Pa, servono manager ad hoc
(Il
Sole 24 Ore, 27 febbraio 2001)
|
|
MILANO L’esperienza di "trapiantare"
manager provenienti dal settore privato nella pubblica amministrazione è
stata deludente. È una convinzione di Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro,
ma anche del direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi, che è stato
city manager a Milano. E per il ministro del Tesoro, Vincenzo Visco,
addiruttura «qualsiasi forma di spoil system è un errore». Per avere una
dirigenza pubblica all’altezza dei nuovi compiti dunque occorre formarla su
misura.
Il senso del convegno organizzato ieri a Milano
dall’Università Cattolica in occasione dell’inaugurazione del master in
economia pubblica è racchiuso in questa analisi. La base dalla quale si è
partiti, la cosiddetta "privatizzazione" del rapporto del pubblico
impiego e la separazione tra politica e gestione, è sicuramente valida. «Ma
ciò implica — ha rilevato Carlo Dell’Aringa, presidente dell’Isfol — un mutamento
culturale verso la cultura dei risultati. Traguardo difficile da raggiungere
in un sistema i cui controlli sono ancora centrati sulla legittimità».
Il sottosegretario al Tesoro, Piero Giarda, dopo
aver ricordato che le vere uniche grandi imprese italiane sono le pubbliche
amministrazioni (80mila dipendenti nella scuola, 170mila nella sanità, 13mila
nella giustizia) e che occorre pertanto manager in grado di condurre queste
aziende, ha inquadrato la questione della dirigenza pubblica ricordando che
l’efficienza è un obbligo etico quando ogni spreco si traduce in un prelievo
coattivo a carico del cittadino con le maggiori tasse.
«Sono semplici principi — ha detto — che collegano
il rispetto della legalità con i criteri dell’economia. Purtroppo l’ambiente
è ostile e difficile. Basti pensare alle resistenze e ai dubbi espressi da
molti dirigenti di fronte all’elementare regola del patto di stabilità:
quest’anno non posso indebitarmi più di tanto o se devo aumentare il
risparmio. Per farlo capire ci sono volute leggi e circolari ogni anno».
Tuttavia, nonostante gli sforzi fatti in questo
campo «siamo a prima ancora della metà del guado», ha detto Treu. L’errore è
stato di partire con la privatizzazione prima di aver formato e definito chi
è e cosa fa il manager pubblico, esperto di gestione ma anche capace di
operare nell’ambito del diritto pubblico.
Stefano Parisi, dal canto suo, ha posto in
evidenza l’esigenza inderogabile di cambiare rotta. Non si può attuare, ha
detto, il controllo di gestione con un bilancio finanziario autorizzatorio.
Occorre la contabilità economica. Ma c’è anche un altro ostacolo da superare:
le resistenze sindacali grazie alle quali l’ultimo contratto della dirigenza
riuscirà solo a peggiorare le cose. Un’opinione sul contratto — che è stato
firmato ieri — del tutto opposta a quella del ministro della Funzione
pubblica, Franco Bassanini, secondo il quale d’ora in poi si riuscirà a
fermare la fuga dei migliori cervelli del "pubblico".
Un fenomeno che ha colpito, ad esempio, l’Autorità
per l’energia e il gas. «Se in alcune amministrazioni pubbliche si riesce ad
"allevare" buoni dirigenti — ha ricordato il presidente Pippo Ranci
— il settore privato offre loro subito ottime occasioni che gli interessati,
specie se giovani, accettano al volo».
Per il ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, che
nella sua precedente veste di ministro delle Finanze ha completamente
riformato l’amministrazione finanziaria (120 mila dipendenti tra civili e
militari) il problema della pubblica amministrazione è di avere manager che
siano anche esperti degli specifici settori. Questo può creare qualche
problema, perché qualche ministro, non particolarmente competente nella
materia a lui assegnata, può trovarsi ostaggio della sua burocrazia. D’altro
canto, se è vero che non può esserci una amministrazione
"ossificata", è altrettanto pericoloso l’opposto con una dirigenza
sottoposta alle regole dello spoil system.
«L’efficienza nella pubblica amministrazione — ha
affermato Visco — è un problema di democrazia. Occorre un’azione
dell’amministrazione sinergica agli interessi del Paese. Per questo occorre
un forte impegno nella formazione e nella creazione di una cultura tali da
rendere la dirigenza responsabile e in grado di centrare obiettivi ben
quantificati in termini economici».
Franco Bassanini
Ma la mia riforma ha cancellato
i burocrati del posto fisso
(Corriere della Sera, 28 febbraio 2001)
Caro direttore, Angelo Panebianco («Se la
burocrazia va all' opposizione», Corriere del 26 febbraio) teme che il
prossimo governo non possa nominare alti funzionari di sua scelta per attuare
il suo programma. Quelli che ci sono, scelti dal centrosinistra, saranno,
scrive, praticamente inamovibili. Ignora, o finge di ignorare, che questa era
invece la condizione nella quale si trovò, cinque anni fa, il governo Prodi.
Grazie alle riforme fatte in questi anni, il prossimo governo (Rutelli o
Berlusconi che sia) si troverà in una condizione molto diversa. Fino al 1998
(al ' 93 per Regioni e Comuni) i dirigenti pubblici erano di fatto
inamovibili. Una volta che un governo nominava, con scelta politica, un
direttore generale, egli restava al suo posto fino all' età della pensione,
salvo promozioni. Solo per prefetti e ambasciatori valeva la regola opposta:
potevano essere avvicendati, e anche collocati a disposizione per decisione
del Consiglio dei ministri. Ogni governo doveva tenersi, per il resto, gli alti
funzionari nominati dai governi precedenti, compresi gli incapaci, i
fannulloni, i faziosi. La riforma del 1998 ha cancellato il privilegio della
inamovibilità: tutti i dirigenti rispondono del loro operato, dei risultati
ottenuti, della qualità dei servizi e delle prestazioni forniti ai cittadini.
Hanno dunque un incarico temporaneo, alla cui scadenza le performance
ottenute vengono valutate: se i risultati sono buoni, il dirigente può essere
confermato o anche promosso; se no, viene avvicendato. In più: ogni governo,
nei primi novanta giorni di vita, può confermare o sostituire i vertici delle
amministrazioni: segretari generali, capi dei dipartimenti, oltre,
naturalmente, prefetti, ambasciatori, vertici militari. Il pericolo paventato
da Panebianco dunque non esiste: e non esiste grazie alle riforme fatte dai
governi del centrosinistra. A differenza del governo Prodi, il prossimo
governo potrà scegliere i «top manager» dei ministeri. Potrà farlo liberamente,
senza ingerenze sindacali?, si chiede Panebianco. Anche qui posso
tranquillizzarlo. Era il vecchio contratto valido per il quadriennio 1994-97
che prevedeva sui «criteri» per gli incarichi dirigenziali una informativa
seguita dal cosiddetto «esame congiunto»: dunque un confronto col sindacato che
sfociava, talora, in una forma di concertazione. Le direttive del governo per
il nuovo contratto hanno previsto, viceversa, che al sindacato sia fornita
solo un' informativa sui «criteri generali» senza alcun esame congiunto. Proprio su questo punto si è svolto
un lungo braccio di ferro tra governo e sindacati, restii questi ultimi ad
accettare quello che ritenevano e ritengono un arretramento, rispetto alle
conquiste ottenute all' epoca dei governi Berlusconi e Dini: e proprio per
questo braccio di ferro il contratto 1998- 2001 viene stipulato soltanto ora,
sulle soglie del 2001. Quanto al trattamento economico dei dirigenti, la
riforma ha previsto che una quota consistente della retribuzione sia
collegata alle responsabilità e ai risultati ottenuti dal singolo dirigente;
e ha previsto, per la prima volta, che la parte variabile della retribuzione,
così come i contenuti e gli obiettivi dell' incarico sia fissata da contratti
individuali che intervengono fra l'autorità politica (ministro, sindaco, presidente
di regione, ecc.) e il singolo dirigente. Nei contratti individuali i
sindacati non hanno alcuna voce in capitolo. Il contratto collettivo
stabilisce, in relazione alla retribuzione dei dirigenti generali, solo la
soglia minima del trattamento fondamentale, e cioè il minimo della quota
fissa della retribuzione. Non vi è dunque alcun rischio di un' impropria
invadenza del sindacato, il cui ruolo era di fatto maggiore prima, quando le
retribuzioni del dirigente erano stabilite dalla legge e non dal contratto
individuale. Infine: legga Panebianco i nuovi contratti del settore pubblico.
Vedrà che la parte della retribuzione legata alla responsabilità e ai
risultati è ormai maggioritaria. Vedrà che gli incapaci e i fannulloni
possono essere licenziati e i meritevoli promossi. Vedrà che i sindacati
italiani, pur fra mille contraddizioni, hanno accettato principi
meritocratici. E faccia qualche verifica in giro per l' Europa: vedrà che
molti ci invidiano sindacati disposti ad accettare innovazioni importanti
come la contrattualizzazione, la responsabilità per le performance, il
superamento dell'inamovibilità dei dirigenti pubblici. Ce li invidia perfino
la Francia (Fauroux e Spitz, «Notre Etat», Laffont 2001), un Paese che ha gli
stessi abitanti dell' Italia, ma 2 milioni di dipendenti pubblici in più (e
per i quali spende il 14,6 per cento del Pil contro il 10,5 dell' Italia)!
------------------------ [Replica di A. Panebianco] Non ignoro, come invece
mi accusa il ministro Bassanini, che il governo Prodi, cinque anni fa, si
trovò di fronte a funzionari inamovibili: ma non ignoro nemmeno, a differenza
del ministro, che quei funzionari non erano stati nominati solo pochi mesi
prima da un governo «nemico» di Prodi. Come invece rischia di capitare a un
eventuale governo Berlusconi. Detto questo, è vero che Bassanini si è
sinceramente impegnato in questi anni per modificare in meglio il
funzionamento del nostro sistema burocratico. Solo che non ha fatto del tutto
i conti con la maledizione italiana, con il sistema nel quale, se anche è
possibile talvolta «nominare» qualcuno, mai o quasi mai è possibile
sbarazzarsene. Altro che «spoils system». Ribadisco poi che la corsa alle
nomine nell' ultimo anno di una legislatura mi sembra assai poco rispettosa
della deontologia democratica.
|
|
Marcello
Clarich
Le mani
della politica
(Il Sole 24
Ore, 27 febbraio 2001)
|
|
C’è fermento nel mondo della dirigenza pubblica.
Pochi giorni fa è stato siglato un contratto collettivo nazionale che
riguarda, per la prima volta, tutta la dirigenza statale, senza più
distinguere tra dirigenti generali e dirigenti di livello inferiore, tutti
ormai privatizzati. Oltre a legare di più la retribuzione ai risultati
effettivamente conseguiti da ciascun dirigente, il nuovo contratto prevede un
monitoraggio sindacale sull’attribuzione, conferma e revoca degli incarichi
dirigenziali: un modo per tenere d’occhio la girandola delle nomine?Inoltre,
a poche settimane dalla fine della legislatura più di un dirigente pubblico
sta valutando e attuando tattiche di "riposizionamento", anche in
vista di un possibile cambio, non solo di Governo, ma anche di
maggioranza.Sul versante della politica si è parlato invece di
"selezionatori" del Polo e dell’Ulivo che setacciano posizioni
chiave e uomini in modo da poter disporre di una cinghia di trasmissione
efficace tra il motore del Governo e gli ingranaggi di ministeri, enti e
apparati pubblici.In realtà, il cosiddetto "spoil system", cioè la
decapitazione semiautomatica dell’alta dirigenza a ogni cambio di Governo
riguarda in Italia solo qualche decina di superdirigenti pubblici (capi
dipartimento, segretari generali, eccetera). Ciò a differenza degli Stati
Uniti dove proprio in queste settimane il neoeletto Presidente, George
W.Bush, sta decidendo su migliaia di posizioni dirigenziali.Anche da noi si
preannuncia però un vento che, in modo più o meno violento a seconda
dell’esito delle elezioni, potrà spazzar via solo i rami più alti della
dirigenza, ma che farà tremare comunque l’intero albero.Ma quanto v’è di
fisiologico e patologico in tutto questo? C’è in realtà un nodo insolubile
nella pubblica amministrazione: conciliare imparzialità ed efficienza (o buon
andamento), valori entrambi scolpiti nella Costituzione. Il primo è
assicurato al massimo grado da un corpo di dirigenti stabile, professionale e
neutrale, insensibile ai mutamenti politici, secondo il modello teorizzato da
Max Weber. Il secondo è rappresentato dalla classe politica che pretende di
nominare dirigenti "fidati" per governare la macchina burocratica e
realizzare così i programmi sulla base dei quali ha chiesto e ottenuto il
consenso elettorale e dei quali sarà chiamata a rispondere di fronte al
termine del mandato.Peraltro, anche nel modello weberiano i dirigenti devono
fungere solo da contrappesi rispetto ai politici, non da bastoni tra le
ruote. Nel contempo, anche là dove vige il sistema dello spoil system la
legalità dell’azione amministrativa va assicurata con controlli rigorosi e
regole procedurali garantiste.La tensione tra i due valori è sottesa anche a
un’altra accusa al Governo: aver conferito in questi mesi incarichi
dirigenziali, di fatto irrevocabili, per periodi tra due e sette anni così da
sforare l’orizzonte temporale della legislatura. Un’ipoteca pesante sulla
funzionalità del prossimo Governo, o un’operazione fisiologica in linea con
le norme vigenti? L’accusa si presta però a essere ritorta perché denota
l’aspirazione di nominare, al momento giusto, propri fiduciari ai posti
chiave della burocrazia. In realtà, come ben sapevano i giuristi liberali di
fine Ottocento, la politica, di qualsiasi colore, tende sempre a metter le
mani sull’amministrazione.
|
Angelo Panebianco
Se la burocrazia va all'
opposizione
(Corriere
della Sera, 26 febbraio 2001)
|
La regola della democrazia è che il governo,
formato da chi ha vinto le elezioni, disponga degli strumenti per governare,
per fare ciò che gli elettori g li hanno dato mandato di fare. Questa regola, a
quanto pare, non può applicarsi al caso italiano. Se alle prossime elezioni
vincerà il centrodestra, il governo da esso espresso si troverà privo del
principale strumento necessario per governare secondo la sua volontà: non potrà
disporre di alti funzionari di sua fiducia. Gli alti funzionari di cui dovrà
servirsi saranno, a schiacciante maggioranza, uomini nominati dal
centrosinistra, e quindi, presumibilmente, simpatizzanti dell' opposizione, e saranno
praticamente inamovibili. Per giunta, grazie all' arrendevolezza del
centrosinistra nei confronti dei sindacati confederali, il nuovo contratto
collettivo dell' alta dirigenza, come hanno stigmatizzato sia Sabino Cassese (sul
Sole 24 ore del 21 febbraio) sia Andrea Monorchio e Luigi Tivelli (sul
Messaggero del 23 febbraio), garantisce per la prima volta ai sindacati l'
intervento in ambiti, come ad esempio il conferimento degli incarichi
dirigenziali e la valutazione dei risultati dell'attività del dirigente, che
dovrebbero appartenere all' esclusiva discrezionalità del potere politico. Cosa
pensare di un Paese nel quale il governo scelto dagli elettori rischia di non
avere alcun controllo su quell' alta dirigenza dalla cui azione dipende il
successo o l' insuccesso del governo stesso? Tre elementi concorrono a fare di
questa vicenda una pagina triste della nostra storia democratica. In primo
luogo, l' eccessiva insensibilità del governo per alcune elementari regole di
deontologia democratica. Disinteressandosi del fatto che la legislatura è al
termine, il governo ha proceduto celermente a sfornare contratti individuali
per buona parte dell' alta dirigenza, ossia dei 4.400 dirigenti di prima e
seconda fascia. Una volta firmato il contratto, il dirigente risulta di fatto
inamovibile per molti anni. Da ultimo, il ministro dei Beni culturali, Giovanna
Melandri, si appresta a nominare venticinque dirigenti del suo ministero
(Corriere, 23 febbraio). In pratica, il governo uscente ha eretto un muro
circolare privo di porte nel quale conta di rinchiudere il governo successivo.
Se il centrodestra vincerà si troverà circondato da uomini legati all'
amministrazione precedente. Passi per la Melandri, ma sorprende che uomini come
Giuliano Amato o Franco Bassanini non percepiscano quanto scorretto sia tale
comportamento, quale vulnus comporti per le regole della democrazia. A fine
legislatura non si devono fare nomine. Le si faranno dopo le elezioni se si
otterrà di nuovo il consenso degli elettori. La seconda componente perversa
riguarda il ruolo della sindacatocrazia. Lo Stato italiano è ormai, in larga
misura, uno Stato sindacale, ove tutti i gangli vitali vedono presenti i
sindacati con un ruolo strategico. Con il nuovo contratto collettivo dell' alta
dirigenza i sindacati mettono le mani su uno dei pochissimi piatti fino ad oggi
da loro non controllato. La terza componente riguarda l' impossibilità di
spezzare la logica burocratica. Ricordate quante belle parole vennero sprecate
quando si introdusse il principio della privatizzazione del pubblico impiego?
Si disse che nella pubblica amministrazione sarebbe cambiato tutto, che sarebbe
stato finalmente possibile valutare risultati, meriti e demeriti. Erano bugie.
Abbiamo dunque un problema: come potrà mai funzionare una democrazia dell'
alternanza nella quale c' è una forma, sia pure ibrida, di spoil system, di
scelta politica dei dirigenti, ma rischia di giocare a favore della parte
politica perdente anziché di quella vincente?
|
Sabino Cassese
Potere ai sindacati
(Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2001)
Dopo un negoziato di
tre anni, è stato firmato il secondo contratto collettivo nazionale per i
dirigenti pubblici. Il contratto precedente riguardava solo i dirigenti, con
esclusione di quelli generali. Poi, nel ’98, per un errore di strategia del
Governo, sono stati precarizzati i dirigenti e inclusi nella contrattazione
anche i dirigenti di livello più alto. Ciò ha avuto conseguenze gravi sia
sulla separazione tra politica e amministrazione (che è difficile mantenere
con dirigenti precari), sia sulla stessa contrattazione (nella quale i
dirigenti sono, allo stesso tempo, soggetti e oggetto, perdendosi così l’alterità
propria del conflitto sindacale).Questo nuovo contratto è ulteriore conferma
dello straripamento sindacale. Di questo vi sono due segni importanti. Il
primo è costituito dalla moltiplicazione degli interventi sindacali nelle
decisioni amministrative; il secondo dalla varietà di materie regolate dal
contratto che dovrebbero, invece, per legge, essere disciplinate
unilateralmente dall’amministrazione pubblica.In primo luogo, in questo
contratto si riflette un sistema di relazioni sindacali articolato in
contrattazione nazionale, contrattazione integrativa di amministrazione,
contrattazione integrativa di sede, concertazione, consultazione, altre forme
di partecipazione (commissioni bilaterali), interpretazione negoziata dei
contratti.Questa moltiplicazione dell’intervento sindacale nella vita
amministrativa è disfunzionale perché aumenta i condizionamenti e le
interferenze di un’amministrazione già lenta per altri motivi; perché,
rinviando a livelli via via più analitici, produce, da un lato, incertezza
sulle regole, dall’altro, una negoziazione continua; perché riduce, a tutto
favore dell’azione sindacale collettiva, l’area della contrattazione
individuale; perché, infine, finisce per privilegiare la contrattazione,
considerato che la consultazione slitta sempre in concertazione e
quest’ultima in contrattazione.In secondo luogo, il contratto per i dirigenti
appena firmato regola materie che non dovrebbero essere oggetto di disciplina
negoziata. Tra queste segnalo, in particolare, due argomenti cruciali, come
il conferimento di incarichi dirigenziali e la verifica e valutazione dei
risultati dei dirigenti.Queste due ultime materie sono rilevanti perché
strettamente connesse al potere di organizzazione della pubblica
amministrazione, al quale il Governo non dovrebbe rinunciare, per
condividerlo con organizzazioni di interesse e di parte, quali sono i
sindacati. Se questo accade, il Governo non avrà più il potere di dirigere la
politica nazionale, perché lo strumento principale di tale potere sfugge al
suo pieno controllo. Queste materie sono, inoltre, importanti perché — come
osservato — il contratto riguarda anche i funzionari più alti in grado, dal
ragioniere generale dello Stato ai segretari generali dei ministeri della
Difesa e degli Affari esteri. I futuri Governi dovranno, quindi, seguire i
criteri dettati anche dai sindacati nel conferire questi incarichi
dirigenziali e nel valutare i risultati dell’attività di chi li ha
ricoperti.Per comprendere appieno lo stravolgimento dell’ordinario rapporto
sindacale che viene operato con questo contratto si considerino, da ultimo, i
suoi firmatari. Solo due sono organizzazioni sindacali dei dirigenti, mentre
le altre quattro sono organizzazioni sindacali generali. Queste ultime,
rappresentative più degli altri livelli amministrativi che di quello
dirigenziale, finiscono per avere maggiore voce nella determinazione delle
condizioni di lavoro, di nomina e di cessazione del rapporto di quella che
dovrebbe essere la loro controparte.In conclusione, i sindacati generali dei
lavoratori debbono essere ben grati di questo ulteriore cedimento
governativo, che pare mettere fine all’idea che nel lavoro pubblico vi siano
una parte e una controparte. Sarà difficile, d’ora in avanti, imputare ai
Governi la responsabilità dell’amministrazione, come vorrebbe la
Costituzione, perché essa, dai vertici alla periferia, è condizionata
dall’intervento sindacale. D’altra parte, sarà difficile, con tale carico di
funzioni pubbliche, che i sindacati sfuggano alle domande che hanno sempre evitato,
dal 1948 in poi: quella dell’organizzazione democratica interna e quella dei
controlli pubblici e delle relative responsabilità.
|
Intervista all’ex
ministro della Funzione pubblica, che spiega i progetti del Polo per
riorganizzare la macchina burocratica
Frattini: se vinciamo, rivoluzione nei
ministeri
«I dirigenti incapaci vanno davvero rimossi.
Salari legati ai meriti individuali»
di PIETRO PIOVANI
ROMA — Primo: anziché lo spoils system attuale che colpisce solo i
supercapi ministeriali, un meccanismo che consenta davvero di rimuovere i
dirigenti poco efficienti compresi quelli di livello inferiore. Secondo: anziché
gli attuali capi di dipartimento, un segretario generale unico. Terzo: niente più
posto sicuro per i direttori delle agenzie, a cominciare da quelle fiscali.
Quarto: più meritocrazia per tutto il personale dello Stato, convincendo i
sindacati a «cambiare atteggiamento». Franco Frattini, già ministro della
Funzione pubblica (al tempo del governo Dini) e oggi uomo di punta di Forza
Italia, delinea alcuni interventi essenziali che il centrodestra dovrebbe
compiere se andasse al governo.
Cinque anni di centrosinistra e di riforme Bassanini sono stati un terremoto per
la burocrazia italiana. Ma se a vincere sarà la Casa delle libertà arriverà,
è presumibile, un nuovo scossone. Perché l’attuale opposizione sostiene che
quelle riforme non vanno bene e che bisognerà cambiare ancora. Silvio
Berlusconi ne parla in continuazione. Promette un forte abbattimento dei costi
di funzionamento della macchina statale. Prevede, in caso di una sua vittoria
elettorale, «difficoltà enormi per ciò che riguarda i dipendenti pubblici»
perché la legislazione attuale «sancisce che chi ha il posto di lavoro non può
essere in pratica mandato a casa». Invoca maggiore meritocrazia negli uffici
dello Stato e aggiunge: «si dovrà introdurre un concetto di mobilità».
Onorevole Frattini, secondo lei cosa dovrebbe fare il prossimo governo per
completare o correggere le riforme di Bassanini?
«Secondo me, si deve puntare su una modernizzazione dei rapporti tra dipendente
e amministrazione. Il che richiede una forte modernizzazione dell’approccio
dei sindacati».
In altre parole?
«Nei contratti si stenta a far entrare concetti come l’incentivazione
individuale, il premio al merito. O come, per la dirigenza, il collegamento tra
i risultati ottenuti e la valutazione ai fini dell’incarico».
Parliamo prima degli impiegati. Cosa rimprovera ai sindacati?
«I sindacati finora hanno seguito la linea della protezione pura e semplice di
tutti. La mia ricetta sarebbe quella della protezione dei capaci e dei
meritevoli. Io credo che la maggioranza dei dipendenti desideri l’ingresso
negli uffici pubblici della meritocrazia, sia stipendiale che carrieristica».
Ma negli ultimi anni sono stati introdotti i premi di produttività, le
indennità di posizione, la licenziabilità dei dirigenti... tutte riforme
accettate e anzi sostenute da Cgil Cisl e Uil. Lei non riconosce questi meriti
ai sindacati confederali?
«Le riforme sono andate nella direzione giusta solo in teoria. In questi anni
abbiamo visto tanti buoni propositi ma non la loro traduzione in buoni
contratti. Avrei voluto vedere per esempio una maggiore incidenza del merito
individuale, dell’incentivazione alla produttività. E avrei voluto vedere
finalmente applicate quelle norme sui "controlli di risultato" dettate
due anni fa per la dirigenza».
Ecco, passiamo ai dirigenti. Voi avete criticato duramente la riforma di
Bassanini a cominciare dal cosiddetto spoils system che consente al nuovo
ministro, quando si insedia, di rimuovere il responsabile di un dipartimento.
«Lo spoils system è sbagliato quando dipende da una sorta di
padrinaggio politico. Come è accaduto con l’operazione compiuta dal governo
di centrosinistra: i dirigenti sono stati rimossi in assenza assoluta di
parametri predeterminati. I ministri hanno avuto la possibilità di realizzare
il turn over "in bianco", senza seguire alcun criterio».
E se dopo le elezioni toccasse a voi esercitare il potere di rimozione dei
dirigenti?
«Non sarebbe la stessa cosa. Loro hanno potuto farlo perché si era nella fase
in cui la legge veniva applicata per la prima volta. Invece il prossimo governo
avrà le mani legate. Potrà sostituire soltanto le altissime cariche,
venti-venticinque persone. Gli altri 4 mila dirigenti sono bloccati con
contratti di cinque o sette anni, quindi resteranno al loro posto per tutta la
legislatura. Non potremo rimuoverli finché non si saranno definiti i parametri
per esercitare il controllo dei risultati, cosa che ancora non si è fatta e che
il prossimo governo dovrà precipitarsi a fare».
Lei ha criticato anche la scelta di esentare dallo spoils system i
vertici delle agenzie (tra cui i direttori delle delicatissime agenzie fiscali).
«Si dice: i direttori delle agenzie sono al riparo dal meccanismo dello spoils
system, un nuovo governo non ha il potere di rimuoverli. E’ un modo di
pensare sbagliato e fa capire quale sia l’impostazione in materia: concedere
alle agenzie tutti i benefici degli enti autonomi senza rinunciare ai benefici
dei ministeri».
Tra le proposte del centrodestra c’è anche l’istituzione di un
segretario generale in ogni ministero.
«Se si vuole la separazione tra l’indirizzo politico, che spetta al ministro,
e le strutture amministrative, io credo che la figura del segretario generale
sia la cinghia di trasmissione ideale tra i due livelli. Una specie di
amministratore delegato unico per l’azienda-ministero. Magari in alcuni
dicasteri il ministro che verrà non riterrà opportuno istituirlo, ma se invece
vorrà farlo è bene dargliene la possibilità».
Da "Repubblica" del 4 luglio 2000
Stato, Amato si
affida ai giovani
87 nuovi dirigenti trentenni
Formati dalla Scuola superiore della Pubblica
amministrazioneROMA - Arrivano i primi 87 dirigenti formati direttamente dalla Scuola
superiore della Pubblica amministrazione, al termine di un corso-concorso
durato due anni e mezzo, di cui gli ultimi sei mesi "on stage" negli uffici.
Ad accogliere l'ingresso dei giovani dirigenti (età media 32 anni), si legge in
una nota della Funzione pubblica, sono stati il presidente del Consiglio,
Giuliano Amato, e il ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini.
"L'amministrazione -ha detto Amato agli 87 vincitori del corso-concorso-
si sta riorganizzando per essere all'altezza di uno Stato moderno e
competitivo. Voi costituite una parte essenziale di questo processo di
riorganizzazione, occorrono persone capaci e motivate. Noi -ha concluso Amato-
abbiamo scommesso su di voi, sicuri di non perdere". Bassanini ha ribadito
l'importanza del ruolo della figura di manager pubblico, ricordando quanto
l'amministrazione abbia investito nella formazione dei nuovi quadri
dirigenziali: "adesso ci aspettiamo molto da voi -ha detto-, dal vostro
entusiasmo e dalla vostra capacità di pensare e operare in modo
innovativo".
Il percorso formativo dei nuovi dirigenti, ha ricordato il direttore della
Scuola superiore, Franco Pizzetti, ha contabilizzato tra l'altro 1.900 ore di
attività didattiche, di cui circa 400 di inglese, 160 di "alfabetizzazione
informatica", 134 di gestione dei sistemi operativi, 110 di gestione dei
processi, 130 di valutazione dei risultati, 50 ore di dinamiche dei gruppi e
100 ore di budget e controllo di gestione.
Dal "Messaggero" del 14.01.2001
COME CAMBIA
LA MACCHINA DELLO STATO
Pubblica
amministrazione, la carica dei “giovani leoni”
I
dirigenti baby sono un centinaio, con formazione da manager: e per contare
hanno varato un’associazione
di NANDO
TASCIOTTI
ROMA — Sono un centinaio, hanno in media 32 anni, da appena tre mesi sono
dirigenti pubblici (stipendio? 4-5 milioni netti al mese) e i ministri se li
stanno già contendendo. Ma sono stati formati e vogliono sempre più caratterizzarsi
come manager, mettendo in conto anche conflitti culturali con l’attuale
dirigenza, formata e abituata ad una cultura prevalentemente giuridica, più
attenta alle procedure che ai risultati. E così, sulla scia di quella degli
ex-alunni dell’Ena (la prestigiosa scuola francese che sforna manager pubblici
e privati) sta per fare le prime apparizioni ufficiali anche l’associazione
degli 87 nuovi dirigenti vincitori del primo corso-concorso della Scuola
superiore di pubblica amministrazione.Sono tutti laureati (giurisprudenza,
economia, scienze politiche) con il massimo dei voti, e alcuni erano già
"interni" alla pubblica amministrazione. Sono stati selezionati su 18
mila che avevano fatto domanda; hanno fatto un corso di due anni e mezzo (negli
ultimi sei mesi, stage in amministrazioni pubbliche, imprese private od
organizzazioni internazionali), con centinaia di ore di inglese, informatica,
gestione di procedure e organizzazioni, valutazioni di risultati, dinamiche di
gruppo, comunicazione istituzionale, e per tutta la durata del corso hanno
ricevuto una borsa di studio di quasi due milioni netti al mese.Il corso è
finito sette mesi fa. In base all’ordine in graduatoria, hanno potuto scegliere
le amministrazioni in cui entrare come dirigenti di seconda fascia, e così sono
già ai vertici di ministeri, università, Inps, Corte dei conti senza dover
attendere venti-trent’anni di carriera interna. Finora, nei ministeri, tra i
363 dirigenti generali (1^ fascia) l’età media è di 58 anni (ben il 43% hanno
più di 60 anni, e quelli con meno di 45 sono appena il 4%). Tra i 4.088
dirigenti di seconda fascia, l’età media è di 55 anni (quelli con più di 60
sono il 25% e quelli con meno di 45 arrivano appena all’8%).
«Noi abbiamo scommesso su di voi, sicuri di non perdere», ha detto Amato
quando, ad ottobre, li ha ricevuti a Palazzo Chigi, e le prime esperienze di
questi "innesti" sembrano positive: «I vari ministri se li stanno
contendendo», assicura Franco Bassanini, ministro della Funzione pubblica, e
lui stesso ha inserito Francesco Vèrbaro, 31 anni, il primo in graduatoria,
nello strategico settore della Formazione.Ma questi pionieri della "nuova
dirigenza" cominciano a muoversi anche con le prime battaglie
generazionali e culturali. Hanno già stabilito un raccordo con i giovani
diplomatici, i giovani segretari comunali, i giovani funzionari dell’Interno, i
giovani industriali, ed è pronto un calendario di iniziative: un convegno sulla
"mobilità come opportunità professionale" (25 gennaio, a
Montecitorio), un incontro a Milano (5 febbraio) sulla "formazione
continua" che deve sorreggere la mobilità e contribuire a superare la
cultura del posto fisso, e soprattutto un megaconvegno a Taormina (24-25
marzo). Vogliono infatti far decollare la prima associazione unitaria dei
giovani dirigenti di tutte le amministrazioni pubbliche (la stanno costituendo
in questi giorni) e lanciare le loro tesi sulla riforma dello Stato verso il
mondo politico («voi avete fatto la riforma; noi dobbiamo applicarla nei
prossimi anni; ecco le nostre prime esperienze e proposte»), e anche verso gli
imprenditori privati («nel settore pubblico c’è una dirigenza nuova,
interessata alla mobilità tra pubblico e privato; potete scommettere anche su
di noi»).Ma altra aria nuova è in arrivo: entro fine anno entreranno in
servizio altri 141 giovani neo-dirigenti sfornati dal secondo corso, mentre è
già partito il bando di ammissione alla Scuola di altri 174 borsisti. Ma le
riforme di questi anni, e anche gli stipendi, cominciano ad attrarre nel
settore pubblico anche giovani "manager" usciti da altre scuole
prestigiose (Bocconi, Luiss, la stessa Ena francese, che mette alcuni posti a
disposizione anche di studenti italiani), e tutti sperano naturalmente che
questi innesti comincino presto a dar frutti.
Statali, più protetti gli alti dirigenti
Il
governo accetta di scrivere le regole per la rimozione: contratto più vicino
di PIETRO
PIOVANI
(Messaggero,
14 gennaio 2001)
ROMA — Il contratto degli alti dirigenti è un po’ più vicino. E sarebbe anche
ora, essendo passati più di tre anni da quando se ne cominciò a parlare. Ora
però ci sono le elezioni, c’è un governo in scadenza che vorrebbe riuscire a
chiudere tutte le vertenze in sospeso prima del voto, i sindacati
preferirebbero firmare prima che arrivi un nuovo governo, insomma ci sarebbero
tutte le condizioni per arrivare presto a un’intesa. Infatti qualche giorno fa
governo e sindacati si sono incontrati, hanno discusso a lungo e infine si sono
trovati su un punto fondamentale: nel contratto bisognerà fissare anche, tra le
altre cose, i criteri che un ministro deve seguire al momento di decidere se
confermare o rimuovere un dirigente nel suo incarico.Era proprio questo
l’ostacolo su cui finora era inciampata la trattativa. La parte economica non
presenta problemi, l’entità degli stipendi dei dirigenti di prima fascia è di
fatto già decisa. Viceversa le garanzie per i capi in scadenza di incarico sono
state e sono tuttora oggetto di acceso dibattito. La riforma Bassanini ha
introdotto come si sa il cosiddetto spoils system: tutti i dirigenti restano
sulla loro poltrona a tempo determinato; quando il loro incarico scade, o
quando dimostrino manifesta incapacità, possono essere sostituiti per decisione
del loro superiore. Per i dirigenti prima fascia il diretto superiore che deve
emettere il giudizio è l’autorità politica (il ministro nei ministeri, il
presidente negli enti parastatali, eccetera).Un giudizio insindacabile?
Mancando un contratto, praticamente sì. Ma i sindacati vogliono sindacare.
Chiedono che nel contratto ci sia scritto ciò che già è previsto per i
dirigenti di seconda fascia. L’accordo nazionale recita, all’articolo 22:
«Ciascuna Amministrazione formula in via preventiva i criteri e le modalità per
l'affidamento, l'avvicendamento e la revoca degli incarichi dirigenziali». Se un’amministrazione
ha fissato preventivamente i criteri per la revoca degli incarichi, i sindacati
hanno in mano un ottimo strumento per discutere e contrattare la rimozione o la
conferma di un dirigente.Ora, con il via libera informale del governo, il nodo
sembra quasi sciolto. Non resta che mettersi intorno a un tavolo e scrivere.
L’Aran, l’agenzia che ha il compito di farlo per conto del governo, ha perso il
presidente Dell’Aringa ma al suo posto è stato nominato pro-tempore Guido
Fantoni. Il quale ha tutti i titoli per concludere la trattativa. «Non c’è
alcuna ragione per non procedere e arrivare alla firma rapidamente», dice Carlo
Podda della Cgil. «Se si aspetta ancora, tutti quelli che a suo tempo
ostacolarono la contrattualizzazione dell’alta dirigenza troveranno nuovi
argomenti per dire: avete visto, da quando ci hanno contrattualizzato è
peggio».Esiste poi qualche difficoltà supplementare. Anche economica. Antonio
Foccillo della Uil chiede che il dirigente rimosso e parcheggiato nel
cosiddetto Ruolo Unico conservi almeno per un po’ l’indennità di risultato.
«Altrimenti — osserva — ci troveremo di fronte a una decurtazione eccessiva
della busta paga». La Cgil però sembra su posizioni diverse.
BUROCRAZIA & FEDERALISMO
La
Regione Sicilia ruba la Palocci al Tesoro: gestirà 20 mila miliardi Ue
di DIODATO
PIRONE
ROMA — Per la prima volta un alto burocrate dello Stato va a lavorare per una
Regione. E per la prima volta una Regione importante e difficile come la
Sicilia affida ad un manager "esterno" — lontano dai mille giochi
della politica e dell’economia locale — la gestione di 20 mila miliardi di
fondi dell’Unione Europea per il piano 2001-2006. Soldi destinati soprattutto a
delicatissimi appalti di opere pubbliche.A tagliare il doppio traguardo è
Gabriella Palocci, il dirigente del Tesoro (ma negli ultimi mesi era passata
alla presidenza del Consiglio) che vanta un notevole primato: aver portato la
spesa degli aiuti europei dall’8% circa del ’96 al 70% e passa del 2000. Per
anni, infatti, la Palocci ha guidato dal ministero di via XX settembre il
Servizio per le politiche dei fondi strutturali comunitari.Nota per il suo
caratteraccio e spesso accusata di arroganza, dopo l’arrivo al ministero del
Tesoro di Carlo Azeglio Ciampi aveva applicato per prima l’innovativo
meccanismo di tagli ai fondi delle Regioni più pigre e di premi a quelle più
attive suscitando durissime polemiche.Preziosi soprattutto i suoi agganci a
Bruxelles — decisivi, a quanto pare, per la sua assunzione a Palermo — che le
hanno consentito spesso di salvare i fondi italiani dai tagli spietati
dell’euroburocrazia e dalle mire di spagnoli e tedeschi tradizionalmente più
bravi di noi nell’investire il denaro dell’Unione. Ora, se funzionerà, questo
ponte lanciato fra Bruxelles e Palermo potrebbe accelerare il cammino
dell’Italia federale.
Back
On Top
Torna alla pagina
principale