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Rassegna Stampa

Uno sguardo sul dibattito più recente circa il futuro dell'Amministrazione pubblica. Ritagli dai maggiori quotidiani nazionali on-line

 

Nando Tasciotti: I nuovi dirigenti pubblici faranno lo stage in USA l Messaggero 24 Febbraio 2003

Nando Tasciotti: Dirigenti, ai giovani piace lo Stato  Il Messaggero Mercoledì 22 Gennaio 2003

La più “piccola”, 28 anni, lavora per il fisco  Il Messaggero Mercoledì 22 Gennaio 2003

Antonio Galdo: Superconcorso ma per posti già occupati Il Mattino 30 novembre 2001

Pietro Piovani: Dirigenti statali, addio ruolo unico Messaggero 29 novembre 2001

Roberto Bagnoli: E per i tremila manager di Stato adesso arriva l’esame annuale  Corriere della Sera. 

S. MASTRUZZI: «Nomine, attenti ai blitz del governo» Il Messaggero 17 maggio 2001

M. Massaro, PA, servono manager ad hoc (Il Sole 24 ore, 6 aprile 2001)

F. Bassanini, Ma la mia riforma ha cancellato i burocrati del posto fisso, con replica di A. Panebianco (Corriere della Sera, 28 febbraio 2001)

M. Clarich, Le mani della politica (Il Sole 24 ore, 27 febbraio 2001)

A. Panebianco, Se la burocrazia va all’opposizione (Corriere della Sera, 26 febbraio 2001)

S. Cassese Potere ai sindacati (Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2001)

P. Piovani - Frattini: se vinciamo, rivoluzione nei ministeri

N. Tasciotti Come cambia la macchina dello Stato (Messaggero, 14 gennaio 2001)

P. Piovani  Statali, più protetti gli alti dirigenti (Messaggero, 14 gennaio 2001)

D. Pirone Burocrazia e federalismo (Messaggero, 14 gennaio 2001)

Repubblica Amato si affida ai giovani (Repubblica, 4 luglio 2000)

F. Giavazzi: Il Burocrate è salvo - Corriere della Sera , 10 giugno 1999 (pdf)

F. Giavazzi: Quei dirigenti poco Europei - Corriere della Sera, 12 maggio 1998 (pdf)

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Il Messaggero Mercoledì 22 Gennaio 2003
Ecco dove sono stati “innestati” i vincitori dei primi due corsi-concorsi della Scuola Superiore
Dirigenti, ai giovani piace lo Stato
Sono già 225 i manager trentenni ai vertici di enti e ministeri

di NANDO TASCIOTTI

ROMA — Sono già più di duecento, e altri 110 saranno pronti quest’anno; hanno un’età media di 33 anni (la più giovane ne ha 28) e sono forti professionalmente (lauree da 105 a 110 e lode; hanno studiato un paio di lingue straniere, informatica, gestione di procedure e di organizzazioni, comunicazione istituzionale,ecc., e hanno fatto stage anche in aziende private). E sono già ai vertici di alcuni settori pubblici, con la qualifica di dirigente (ma tra loro c’è anche un direttore generale). Ministri, "governatori" delle Regioni e sindaci ormai se li contendono, e lo stesso presidente della Repubblica, Ciampi, ha chiesto di rafforzare questa strada di reclutamento dei nuovi dirigenti. «Ogni anno deve avere la sua vendemmia!», ha detto infatti lo scorso ottobre, al 40° anniversario della Scuola superiore della pubblica amministrazione: una struttura di formazione post-laurea che — sulla scia della mitica (ma ora un po’ in declino) Ena di Parigi-Strasburgo — consente di immettere giovani direttamente ai vertici con la qualifica di dirigenti, e stipendi netti di 2.000-2.500 euro al mese.
Ma dove sono finiti i prodotti delle prime due "vendemmie", che — si spera — possano essere i "pionieri" di una nuova amministrazione? Degli 87 vincitori del primo corso-concorso (quello del 2000), 15 sono stati innestati nel ministero dell’Economia, 10 nella Presidenza del Consiglio: la metà nel Dipartimento della Funzione pubblica, e il primo di quella graduatoria, Francesco Vèrbaro, 33 anni, lì ha già da un anno la qualifica di dirigente generale (è il più giovane d’Italia con questa qualifica, è vice capo di Gabinetto e dirige l’ufficio del personale della pubblica amministrazione: gestisce insomma il reclutamento, la mobilità e le piante organiche di quasi tutto il pubblico impiego: insomma, di quasi tre milioni di persone). Altri 7 sono all’Inps, 5 alla Giustizia, 3 rispettivamente alla Corte dei Conti, alle Attività produttive e alle Politiche agricole. Gli altri in vari ministeri ed enti locali.
Il secondo corso-concorso, nel 2002, ha sfornato altri 138 giovani dirigenti, che sono andati in gran parte nei ministeri dell’Economia (23), dell’Istruzione e università (20), della Giustizia (15), della Difesa (13), e anche all’Inpdap (16) e all’Agenzia delle Dogane (15). Gli altri sono sparsi in altri ministeri ed enti, e saranno raggiunti quest’anno da altri 110 del corso-concorso del 2003.
Il loro obiettivo — dicono — è di caratterizzarsi sempre più come manager, mettendo in conto anche conflitti culturali con l’attuale dirigenza, più anziana, formata ed abituata ad una cultura prevalentemente giuridica. Già da due anni, del resto, hanno costituito l’Associazione dei giovani dirigenti pubblici (presieduta prima da Francesco Vèrbaro e ora da Pompeo Savarino, segretario generale del comune di Civitavecchia) e puntano tra l’altro a favorire la mobilità all’interno del settore pubblico (molti sono ora attratti dalle opportunità del federalismo regionale) ma anche verso il privato: tra un mese sarà appunto varato il regolamento della legge 145 del 2002 che prevede un’aspettativa di 5 anni per consentire ai giovani dirigenti pubblici di fare esperienza anche in imprese private, evitando però conflitti d’interesse. Ma il loro obiettivo è di arrivare anche ad una sorta di "patentino" europeo, per agevolare la mobilità verso le istituzioni comunitarie ed internazionali.
Insomma, il lavoro pubblico sta diventando non più un ripiego, ma una scelta mirata di molti giovani, a mano a mano che si allontana (in alcuni settori) dalle "scartoffie" e richiede nuove professionalità. E una ricerca del Formez su 52 dei 77 atenei italiani, statali e non — che sarà presentata oggi dal Dipartimento della Funzione pubblica, in collaborazione con la Conferenza dei Rettori — documenta che le università italiane stanno cominciando a sfornare sempre più corsi di laurea, lauree triennali, master, corsi di specializzazione e dottorati di ricerca in sintonia con la domanda che nei prossimi anni verrà dal settore pubblico e dalle sue articolazioni "federali" ed europee.
Complessivamente, in aree di interesse per la pubblica amministrazione, nell’anno accademico 2001-2002 sono stati avviati 368 corsi di laurea triennali (soprattutto nelle università di Bologna, Palermo, Roma-La Sapienza, Viterbo, Sassari) e 254 corsi post-laurea (in particolare, a Napoli-Federico II, Firenze, Teramo, Politecnico di Milano, Bologna e Bocconi di Milano).
I più sicuri sbocchi occupazionali offerti dalla pubblica amministrazione? Secondo la maggioranza degli atenei si delineano, oltre che nella consueta area giuridica, soprattutto nelle aree dell’economia e del management (maggior ruolo di figure imperniate su una cultura "di risultato), dei beni culturali (non più solo tutela e valorizzazione del nostro patrimonio, ma anche nuove figure professionali: confezionatori di "prodotti" orientati su precisi target di utilizzatori; organizzatore di eventi; manager di strutture culturali multimediali); dell’ambiente e territorio (per la gestione di fondi europei, dei rifiuti; per la difesa del suolo); degli affari internazionali (rapporti europei e mediterranei, politica estera delle stesse regioni) e della comunicazione istituzionale.


ll Messaggero Mercoledì 22 Gennaio 2003
La più “piccola”, 28 anni,
lavora per il fisco

ROMA — Le procedure troppo lunghe? «Si superano, con il lavoro di gruppo e con un buon rapporto con gli altri uffici». La resistenza dei colleghi dirigenti più anziani? «La chiamerei diffidenza. Ma è normale: quando arriva uno più giovane, lo si annusa». Lo stipendio? «Un po’ sopra i 2.000 euro netti al mese. Senz’altro buono, specie per chi è all’inizio della carriera». Daniela Rota, 28 anni, di Reggio Calabria, è la più giovane tra i 4.444 dirigenti statali, e l’unica al di sotto dei 30 anni.
Certo non ha perso tempo: nel ’97, si è laureata a Roma con 110 e lode in Giurisprudenza alla Luiss; dopo l’iscrizione all’Albo, aveva cominciato a fare l’avvocato, ma ha vinto anche il concorso per entrare nella Scuola superiore della pubblica amministrazione. E, dopo due anni e mezzo di corso (con stage nell’ufficio relazioni sindacali della Funzione pubblica), è diventata la più giovane dirigente statale. Tra i vincitori del secondo corso-concorso della Scuola è risultata al 40° posto (su 138) ed ha scelto di andare al ministero dell’Economia e delle Finanze.
Qual è il suo incarico?
«Sono uno dei dirigenti dell’Ufficio della comunicazione istituzionale del Dipartimento per le politiche fiscali. Mi occupo di strategie e piani di comunicazione: abbiamo curato recentemente la campagna per l’emersione dal sommerso, e stiamo continuando a lavorare, in particolare, su quella per la legge finanziaria. Ma curiamo anche la partecipazione a manifestazioni ed eventi (Forum P.A., Smau, Com.Pa)».
Quante persone ha alle sue "dipendenze"?
«Con me lavorano 6 persone: quattro a tempo pieno, e due part-time. Il clima è ottimo: siamo tutti giovani, e l’obiettivo è di migliorare le procedure della pubblica amministrazione e il rapporto con i cittadini».
Non è spaventata dai "lacciuoli" della burocrazia?
«Ho già gestito una gara (quella sul sommerso), assieme all’Ufficio risorse, e non ho incontrato grosse difficoltà. Penso che si possano superare con il lavoro di gruppo».
Come l’hanno accolta i colleghi dirigenti più anziani?
«Non ho trovato resistenza. Un po’ di diffidenza, sì. Ma è normale: chi è più giovane viene annusato, lo si mette alla prova. E il fatto che proveniamo direttamente dalla Scuola superiore è un "bollino" importante, ma non basta: l’autorevolezza ce la dobbiamo conquistare sul campo».

N. T.


LA STORIA
Superconcorso ma per posti già occupati

Il Mattino 30 novembre 2001

Antonio Galdo


In un modo bisognava fermarli. E si è scelta la strada più sottile: il gioco di prestigio. Posti che appaiono e scompaiono, come nei trucchi del mago Silvan. Così 138 neo dirigenti della Pubblica amministrazione, trentenni, simboli del presunto rinnovamento ai vertici della macchina dello Stato, rischiano di avere vinto un autentico concorso beffa. Eppure hanno superato due anni di selezioni, sono laureati con il massimo dei voti, conoscono l’inglese e il computer. Ma sono scomodi. La storia inizia con una legge del 1993, che finalmente introduce il corso-concorso per i dirigenti dei ministeri. Gente che conta, talvolta più dello stesso Ministro. Si aprono le porte alla trasparenza e alle nuove leve: i direttori, infatti, sono reclutati attraverso il serbatoio della Scuola nazionale della Pubblica amministrazione.
Si guarda alla Francia, e a quella straordinaria ossatura di commis d’Etait sfornata da decenni dalle Grandi Scuole del Paese. In Italia siamo lenti, e passano sette anni fino al giorno (ottobre del 2000) in cui una prima generazione di 118 trentenni possono occupare i posti vinti grazie ai meriti e non alla solita cooptazione. Oggi, a fatica, questi ragazzi li trovi nelle stanze di Palazzo Chigi, oppure ai vertici del Tesoro e della Pubblica Istruzione. Per la seconda ondata, il ritmo non cambia. Si parte lenti, comodi, e si finisce martedì scorso, con le ultime prove orali: i promossi, 138 su oltre 5mila candidati iniziali, sono pronti a firmare i loro contratti. Ma qui scatta la trappola. A una nuova ricognizione sui posti messi sul tavolo di un concorso formalmente bandito nel 1997, l’Italia dalla via francese si ritrova nel buio di un vicolo di Forcella. Gli incarichi che contano, quelli nelle sedi centrali dei ministeri, sono stati cancellati. Spariti. Le porte dei palazzi romani sono chiuse per i trentenni che possono, però, scegliere nuove sedi periferiche. C’è un ottimo posto alla Ragioneria della Prefettura di Verbania. Alla Guardia costiera di Trieste. Al Provveditorato alle Opere pubbliche di Potenza. Alla Motorizzazione di Bergamo.
Dal centro, il rinnovamento deve spostarsi in periferia: forse i neo dirigenti sono considerati già figli del federalismo. Oppure, ipotesi più probabile, nelle stanze dei bottoni dei ministeri romani ha iniziato a dare fastidio l’idea di un reclutamento così elementare nella sua architettura quanto trasparente nelle procedure. E i posti di direttori, quelli messi a concorso in un primo momento, che fine hanno fatto? Semplice: sono stati occupati attraverso le promozioni e alcune prove di selezione (quiz e crocette) interne. Quello che Lenin definiva «l’esercito permanente della burocrazia» è abilissimo a riprodurre i suoi generali, a inventarli dalle sue viscere, senza che nessuno si sogni, anche per un attimo, di cambiare le regole del gioco. E di farci sentire in Europa, con una classe dirigente che abbia gli stessi connotati di quella francese, tedesca, o inglese. In ogni caso, gli scontenti per i trucchi da mago Silvan, possono aspettare il nuovo concorso, quello bandito nel 1998. Bisognava recuperare il tempo perduto, e la fretta ha giocato un brutto scherzo agli organizzatori dei giochi di prestigio: nella nuova prova, infatti, era stato previsto un limite di età cancellato dalla riforma dell’ex ministro Franco Bassanini. Da qui uno stop durato due anni, la recente riapertura del bando, e l’inizio di una nuova fase di preselezioni. Se tutto andrà bene, la terza pattuglia dei dirigenti della Pubblica amministrazione sarà pronta a scendere in campo nel 2004. E per quella data, ci potete giurare, saranno sicuramente disponibili delle magnifiche scrivanie a Bolzano ed a Cosenza. Il rinnovamento, iniziato a Roma, riparte dalla periferia.

 

 

Approvata in commissione, con diversi emendamenti, la nuova legge sui manager pubblici
Dirigenti statali, addio ruolo unico
E il governo azzera tutti gli incarichi di prima e seconda fascia

Messaggero 29 novembre 2001

di PIETRO PIOVANI

ROMA — Abolizione del ruolo unico per i dirigenti, azzeramento di tutti gli incarichi dirigenziali sia di prima che di seconda fascia, contratto a parte per i dipendenti-professionisti. Il disegno di legge sulla dirigenza pubblica, che già in partenza cambiava radicalmente il quadro normativo del settore, esce dalla commissione Affari costituzionali della Camera con almeno tre innovazioni esplosive. Il testo (che presumibilmente affronterà l’esame dell’Aula a gennaio) accoglie le correzioni richieste dalla maggioranza e in particolare da An, fortemente sostenute dal sottosegretario Learco Saporito. Nettamente contraria anzi indignata l’opposizione, che ha chiesto di presentare un suo testo alternativo. Secondo Gianclaudio Bressa della Margherita il provvedimento è «una controriforma che riporta l’orologio indietro agli anni Sessanta».
Il ruolo unico. Appena tre anni fa la riforma Bassanini ha fatto confluire tutti i 5 mila dirigenti dello Stato in un solo elenco, il “ruolo unico". Ora la legge abolisce questa unificazione. Quindi ogni dirigente ha la sua amministrazione di appartenenza: chi lavora al ministero dell’Economia non può passare al ministero delle Attività produttive. E se il ministro non gli rinnova l’incarico? Per evitare che il dirigente resti inattivo in attesa di un nuovo ministro, il testo attribuisce alla Funzione pubblica il potere di trasferire per decreto un dirigente da un ministero all’altro, “sentita l’amministrazione interessata". In teoria dunque un’amministrazione potrebbe essere obbligata a ospitare un dirigente anche se non lo vuole. Il sottosegretario Saporito avverte che il trasferimento può avvenire solo «a domanda dell’interessato». Gianclaudio Bressa della Margherita sottolinea però che «di domanda dell’interessato nel testo del disegno di legge non si parla», di fatto tutto è rimesso alla decisione del ministro della Funzione pubblica.
Spoils system per tutti. Il provvedimento dice che gli incarichi ai dirigenti «cessano alla data di entrata in vigore della presente legge». Un emendamento approvato in Commissione stabilisce che la norma vale non solo per i dirigenti generali, ma anche per quelli di seconda fascia. Un gigantesco spoils system una tantum per migliaia di capiufficio. Spiega Saporito: «Il governo non può mantenere gli impegni assunti con gli elettori se nelle amministrazioni rimangono ancora tanti talebani che non credono al nuovo indirizzo politico». Secondo l’opposizione questa norma è incostituzionale, perché si scioglie un contratto privato per legge e senza motivazione.
I professionisti. Un altro emendamento della maggioranza istituisce l’area contrattuale dei “professionisti". Cioè avvocati, ingegneri, architetti, medici che oltre a essere iscritti ad albi professionali sono anche dipendenti di amministrazioni pubbliche. Avremo così quattro livelli di contratto pubblico: i dirigenti, i quadri (un’altra novità di questo disegno di legge), gli impiegati e i professionisti. A proposito dei quadri, un emendamento precisa che in fase di prima applicazione della legge vanno considerati in questa area anche quei funzionari ex ottavo e nono livello che non hanno una laurea.

 

 

Firmata la direttiva per la pubblica amministrazione

E per i tremila manager di Stato adesso arriva l’esame annuale

Saranno penalizzati i dirigenti che non raggiungeranno gli obiettivi assegnati

 

DAL NOSTRO INVIATO
TAORMINA - Per i tremila manager di Stato sta per partire una vera e propria rivoluzione: verranno valutati alla fine di ogni anno e se non raggiungeranno gli obiettivi assegnati potranno essere mandati a casa. Anche prima del termine contrattuale come invece prevede la legge Bassanini. Questo il senso della direttiva firmata giovedì 15 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e annunciata ieri a Taormina dal ministro della Funzione Pubblica Franco Frattini.
«Con questa direttiva - ha spiegato Frattini - viene di fatto anticipata la legge sulla riforma della pubblica amministrazione. Gli alti dirigenti di Stato non verranno più giudicati secondo i meccanismi delle simpatie politiche. Ma andrà avanti solo chi dimostrerà di essere bravo». La legge Frattini, una volta approvata dal Parlamento, introdurrà una specie di mobilità temporanea per gli alti funzionari dello Stato: i dirigenti potranno anche prestare il loro servizio presso aziende private, come già avviene all’estero, per poi tornare, se lo vorranno. La direttiva di Berlusconi prevede che tutti gli anni, entro dieci giorni dall’approvazione della legge di bilancio, ogni ministro dovrà emanare una sua «direttiva sull’azione amministrativa e la gestione» per stabilire gli obiettivi del dicastero. La prima della legislatura sarà fondamentale. A partire dalle direttive ministeriali del 2002 tutte le amministrazioni dovranno dotarsi di un sistema per la valutazione dei dirigenti, che «entro il primo semestre 2002 dovrà essere operativo», e sulla cui base verranno corrisposti gli incentivi economici previsti dal nuovo meccanismo contrattuale.
A Taormina la pubblica amministrazione ha tentato di immaginarsi in una veste nuova, con un convegno organizzato dall’associazione dei giovani dirigenti. «Mi sono accorto - ha ammesso il ministro per l’Innovazione e le tecnologie Lucio Stanca - che anche per modificare l’organizzazione del mio dicastero ci vogliono nuove leggi, col risultato che in quattro mesi, un periodo di tempo che in una azienda privata è considerato importante, sono riuscito a fare ben poco».
Bruno Ermolli, presidente di Sinergetica, consulente di Berlusconi per la riforma della macchina statale, è convinto tuttavia che questa sia la volta buona grazie alla stabilità politica. Ma per riuscirci sono necessarie scelte decise: project financing come il modello anglosassone per le opere pubbliche, informatizzazione della giustizia per accorciare i tempi dei processi e massima diffusione delle tecnologie informatiche fino all’introduzione del voto elettronico.
Per Frattini è necessario anche agire sul rapporto fra burocrazia e cittadini ai livelli più elementari. «La prima cosa da fare - ha affermato - è tradurre in italiano il linguaggio burocratico. Non voglio più leggere, come è successo anche nell’ultimo censimento, che un pensionato venga definito "ritirato dal lavoro"».
E mentre il senatore di Alleanza nazionale Learco Saporito, sottosegretario alla Funzione Pubblica, ha spronato il governo a insistere sullo spoils system «perché è giusto mandare a casa chi non la pensa come noi, solo così si possono cambiare davvero le cose», il segretario generale di palazzo Chigi Antonio Catricalà si è detto certo che in sei mesi la macchina dello Stato sarà rivoluzionata. «Entro la prima settimana di dicembre - ha annunciato - la direttiva Frattini sarà inviata a tutti ed entro il 10 di gennaio saranno pronte le direttive dei singoli ministeri». Saranno coinvolti in prima persona i tremila alti dirigenti dello Stato, cui dipendono 300 mila funzionari e a cascata oltre tre milioni di dipendenti pubblici. In questa «rivoluzione» è prevista anche una offensiva sul fronte dell’immagine. Frattini ha così incaricato l’Osservatorio permanente Giovani editori (realizzato da Cesare Romiti, presidente della Rcs, e da Andrea Riffeser, presidente della Monrif) guidato da Andrea Ceccherini di fare proposte operative. «Potremmo ispirarci all’esperienza del Regno Unito - ha anticipato Ceccherini - che da un anno ha creato un panel di 5 mila cittadini per sondare costantemente il funzionamento della macchina pubblica».

Roberto Bagnoli

 

Il Polo denuncia i rischi di interventi nella pubblica amministrazione e negli enti controllati dal Tesoro già nel Consiglio dei ministri di oggi
«Nomine, attenti ai blitz del governo»
An lancia l’allarme: il centrosinistra prima di lasciare tenta di occupare le ultime poltrone

di SALVATORE MASTRUZZI

ROMA — A tempo scaduto, nei minuti di recupero, parte l’attacco per conquistare le ultime poltrone buone rimaste ancora disponibili nel salotto Italia. Probabilmente già al Consiglio dei ministri di oggi potrebbe essere presentato un pacchetto di nomine per coprire posizioni di vertice nella pubblica amministrazione. La denuncia viene per la Casa delle Libertà dal senatore Learco Saporito, responsabile della P.A. di An, il quale si mostra «indignato» aggiungendo che «il governo con queste azioni scorrette mi ricorda il Clinton degli ultimi giorni di presidenza quando ripagava con grazie e cortesie parenti e amici per gli aiuti ricevuti».
Ma non finisce qui. Infatti, queste nomine saranno rimpolpate da altri pacchetti di dirigenti di vertice nell’ambito del ventaglio degli enti economici, già pubblici, oggi trasformati in spa, che tuttavia sono rimasti in tutto o in parte in mano allo Stato che li gestisce attraverso il ministero del Tesoro. È chiaro l’intento di predisporre un assetto manageriale già definito prima dell’entrata in carica del prossimo governo.
Il senatore Saporito si prodiga nei dettagli. Comincia facendo tra tutti il nome di
Carlo Malinconico, consigliere di Stato, da cinque anni fuori ruolo distaccato presso la Presidenza del consiglio. Era già pronto il provvedimento per la nomina a direttore della Scuola Superiore della Pubblica amministrazione. Le "carte" erano posto ma non è stato ancora superato l’ostacolo dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio di Stato che avrebbe dovuto dare il nulla osta. Non lo ha fatto, ritenendo più opportuno rinviare l’autorizzazione a dopo le elezioni. Se ne riparlerà pertanto il 24 maggio. Tuttavia, l’esito negativo sembra scontato. Infatti, va tenuto presente che Malinconico è da molti anni fuori ruolo per cui per regolamento deve per almeno due anni tornare a lavorare presso l’ufficio di origine. Se il parere dovesse essere come sembra negativo il consigliere Malinconico, osserva Saporito, tornerà a scrivere sentenze.
Tuttavia «il governo non molla la presa» perché, avverte l’esponente di An, «sarebbe già pronta la soluzione riparatrice. Si tratterebbe di Nino Freni, avvocato dello Stato, attualmente capo di gabinetto del ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini.
Saporito va avanti con quelle che definisce "forzature del governo agonizzante, che concretizzano pur nel rispetto della discrezionalità amministrativa del governo in carica un comportamento inopportuno e giuridicamente lesivo delle prerogative del futuro governo, voluto dall’esercizio della volontà popolare». Il senatore ricorda che è scaduto martedì scorso il bando per la nomina del direttore generale del Cnr. «Farlo oggi sarebbe politicamente scandaloso. Mi risulta che la stessa cosa si vorrebbe fare per la nomina del presidente del Collegio dei sindaci dell’Inps e di altre istituzioni pubbliche».
A questo punto è chiaro che è scattata una stretta vigilanza sull’intero ventaglio di nomine e di promozioni dell’ultima ora. E che diverrà assai arduo aggirare il blocco che le forze uscite vincenti dal voto di domenica scorsa metteranno in atto per scongiurare colpi di mano.
Intanto il governo va avanti per la sua strada. Pronte sul tavolo del ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, ci sono le nomine fresche a dirigenti generali con attribuzione delle relative funzioni, di tre alti burocrati: Alessandra Sartore, area Ds, che viene dalla Ragioneria dello Stato, oggi dirigente di seconda fascia all’Ufficio legislativo, con Riccardo Faini e Luciana Patrizi. Saporito non discute del valore professionale di questi funzionari ma contesta duramente i tempi e i modi dell’operazione, fatta fuori tempo massimo dopo che lo stesso presidente Amato aveva caldamente consigliato i suoi ministri di non proporre nomine dopo lo scioglimento delle Camere.
Il nominificio in articulo mortis non si ferma naturalmente qui. Sembra sia pronto da un mese il regolamento dell’Authority per le Onlus (le organizzazioni non profit del volontariato) per la quale si cerca tra l’altro un Signor presidente. Il nome che si fa per questa carica sarebbe quello di Irene Pivetti. È in ballo inoltre la nomina a presidente dell’Unire del magistrato Gennaro Terracciano, direttore della Scuola Centrale Tributaria “Ezio Vanoni". Perché possa assumere l’incarico occorre che si dimetta da magistrato. Non sarebbe questo un ostacolo insormontabile perché la normativa offre una comoda scappatoia. Il prescelto dal governo Amato, infatti, potrebbe tranquillamente dimettersi, agendo come ha fatto a suo tempo Angelo Piazza, ex ministro della Funzione pubblica del governo D’Alema, oggi insegnante della Scuola Ezio Vanoni: dimettersi da magistrato per poter diventare in questo modo presidente dell’Unire e successivamente, qualora lo desideri, rientrare tranquillamente in magistratura andando a coprire lo stesso posto in organico lasciato al momento delle dimissioni, come se fosse sempre rimasto in servizio (si tratta di un trattamento di favore legittimo che la legge riserva a chi insegna o dirige la Scuola Centrale Tributaria).

Marino Massaro

 

Deludente l’esperienza del «trasferimento» di gestori dal settore privato

Pa, servono manager ad hoc

 

(Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2001)

 

MILANO L’esperienza di "trapiantare" manager provenienti dal settore privato nella pubblica amministrazione è stata deludente. È una convinzione di Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro, ma anche del direttore generale di Confindustria, Stefano Parisi, che è stato city manager a Milano. E per il ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, addiruttura «qualsiasi forma di spoil system è un errore». Per avere una dirigenza pubblica all’altezza dei nuovi compiti dunque occorre formarla su misura.

Il senso del convegno organizzato ieri a Milano dall’Università Cattolica in occasione dell’inaugurazione del master in economia pubblica è racchiuso in questa analisi. La base dalla quale si è partiti, la cosiddetta "privatizzazione" del rapporto del pubblico impiego e la separazione tra politica e gestione, è sicuramente valida. «Ma ciò implica — ha rilevato Carlo Dell’Aringa, presidente dell’Isfol — un mutamento culturale verso la cultura dei risultati. Traguardo difficile da raggiungere in un sistema i cui controlli sono ancora centrati sulla legittimità».

Il sottosegretario al Tesoro, Piero Giarda, dopo aver ricordato che le vere uniche grandi imprese italiane sono le pubbliche amministrazioni (80mila dipendenti nella scuola, 170mila nella sanità, 13mila nella giustizia) e che occorre pertanto manager in grado di condurre queste aziende, ha inquadrato la questione della dirigenza pubblica ricordando che l’efficienza è un obbligo etico quando ogni spreco si traduce in un prelievo coattivo a carico del cittadino con le maggiori tasse.

«Sono semplici principi — ha detto — che collegano il rispetto della legalità con i criteri dell’economia. Purtroppo l’ambiente è ostile e difficile. Basti pensare alle resistenze e ai dubbi espressi da molti dirigenti di fronte all’elementare regola del patto di stabilità: quest’anno non posso indebitarmi più di tanto o se devo aumentare il risparmio. Per farlo capire ci sono volute leggi e circolari ogni anno».

Tuttavia, nonostante gli sforzi fatti in questo campo «siamo a prima ancora della metà del guado», ha detto Treu. L’errore è stato di partire con la privatizzazione prima di aver formato e definito chi è e cosa fa il manager pubblico, esperto di gestione ma anche capace di operare nell’ambito del diritto pubblico.

Stefano Parisi, dal canto suo, ha posto in evidenza l’esigenza inderogabile di cambiare rotta. Non si può attuare, ha detto, il controllo di gestione con un bilancio finanziario autorizzatorio. Occorre la contabilità economica. Ma c’è anche un altro ostacolo da superare: le resistenze sindacali grazie alle quali l’ultimo contratto della dirigenza riuscirà solo a peggiorare le cose. Un’opinione sul contratto — che è stato firmato ieri — del tutto opposta a quella del ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini, secondo il quale d’ora in poi si riuscirà a fermare la fuga dei migliori cervelli del "pubblico".

Un fenomeno che ha colpito, ad esempio, l’Autorità per l’energia e il gas. «Se in alcune amministrazioni pubbliche si riesce ad "allevare" buoni dirigenti — ha ricordato il presidente Pippo Ranci — il settore privato offre loro subito ottime occasioni che gli interessati, specie se giovani, accettano al volo».

Per il ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, che nella sua precedente veste di ministro delle Finanze ha completamente riformato l’amministrazione finanziaria (120 mila dipendenti tra civili e militari) il problema della pubblica amministrazione è di avere manager che siano anche esperti degli specifici settori. Questo può creare qualche problema, perché qualche ministro, non particolarmente competente nella materia a lui assegnata, può trovarsi ostaggio della sua burocrazia. D’altro canto, se è vero che non può esserci una amministrazione "ossificata", è altrettanto pericoloso l’opposto con una dirigenza sottoposta alle regole dello spoil system.

«L’efficienza nella pubblica amministrazione — ha affermato Visco — è un problema di democrazia. Occorre un’azione dell’amministrazione sinergica agli interessi del Paese. Per questo occorre un forte impegno nella formazione e nella creazione di una cultura tali da rendere la dirigenza responsabile e in grado di centrare obiettivi ben quantificati in termini economici».

 

Franco Bassanini

Ma la mia riforma ha cancellato i burocrati del posto fisso

 

(Corriere della Sera, 28 febbraio 2001)

 

Caro direttore, Angelo Panebianco («Se la burocrazia va all' opposizione», Corriere del 26 febbraio) teme che il prossimo governo non possa nominare alti funzionari di sua scelta per attuare il suo programma. Quelli che ci sono, scelti dal centrosinistra, saranno, scrive, praticamente inamovibili. Ignora, o finge di ignorare, che questa era invece la condizione nella quale si trovò, cinque anni fa, il governo Prodi. Grazie alle riforme fatte in questi anni, il prossimo governo (Rutelli o Berlusconi che sia) si troverà in una condizione molto diversa. Fino al 1998 (al ' 93 per Regioni e Comuni) i dirigenti pubblici erano di fatto inamovibili. Una volta che un governo nominava, con scelta politica, un direttore generale, egli restava al suo posto fino all' età della pensione, salvo promozioni. Solo per prefetti e ambasciatori valeva la regola opposta: potevano essere avvicendati, e anche collocati a disposizione per decisione del Consiglio dei ministri. Ogni governo doveva tenersi, per il resto, gli alti funzionari nominati dai governi precedenti, compresi gli incapaci, i fannulloni, i faziosi. La riforma del 1998 ha cancellato il privilegio della inamovibilità: tutti i dirigenti rispondono del loro operato, dei risultati ottenuti, della qualità dei servizi e delle prestazioni forniti ai cittadini. Hanno dunque un incarico temporaneo, alla cui scadenza le performance ottenute vengono valutate: se i risultati sono buoni, il dirigente può essere confermato o anche promosso; se no, viene avvicendato. In più: ogni governo, nei primi novanta giorni di vita, può confermare o sostituire i vertici delle amministrazioni: segretari generali, capi dei dipartimenti, oltre, naturalmente, prefetti, ambasciatori, vertici militari. Il pericolo paventato da Panebianco dunque non esiste: e non esiste grazie alle riforme fatte dai governi del centrosinistra. A differenza del governo Prodi, il prossimo governo potrà scegliere i «top manager» dei ministeri. Potrà farlo liberamente, senza ingerenze sindacali?, si chiede Panebianco. Anche qui posso tranquillizzarlo. Era il vecchio contratto valido per il quadriennio 1994-97 che prevedeva sui «criteri» per gli incarichi dirigenziali una informativa seguita dal cosiddetto «esame congiunto»: dunque un confronto col sindacato che sfociava, talora, in una forma di concertazione. Le direttive del governo per il nuovo contratto hanno previsto, viceversa, che al sindacato sia fornita solo un' informativa sui «criteri generali»  senza alcun esame congiunto. Proprio su questo punto si è svolto un lungo braccio di ferro tra governo e sindacati, restii questi ultimi ad accettare quello che ritenevano e ritengono un arretramento, rispetto alle conquiste ottenute all' epoca dei governi Berlusconi e Dini: e proprio per questo braccio di ferro il contratto 1998- 2001 viene stipulato soltanto ora, sulle soglie del 2001. Quanto al trattamento economico dei dirigenti, la riforma ha previsto che una quota consistente della retribuzione sia collegata alle responsabilità e ai risultati ottenuti dal singolo dirigente; e ha previsto, per la prima volta, che la parte variabile della retribuzione, così come i contenuti e gli obiettivi dell' incarico sia fissata da contratti individuali che intervengono fra l'autorità politica (ministro, sindaco, presidente di regione, ecc.) e il singolo dirigente. Nei contratti individuali i sindacati non hanno alcuna voce in capitolo. Il contratto collettivo stabilisce, in relazione alla retribuzione dei dirigenti generali, solo la soglia minima del trattamento fondamentale, e cioè il minimo della quota fissa della retribuzione. Non vi è dunque alcun rischio di un' impropria invadenza del sindacato, il cui ruolo era di fatto maggiore prima, quando le retribuzioni del dirigente erano stabilite dalla legge e non dal contratto individuale. Infine: legga Panebianco i nuovi contratti del settore pubblico. Vedrà che la parte della retribuzione legata alla responsabilità e ai risultati è ormai maggioritaria. Vedrà che gli incapaci e i fannulloni possono essere licenziati e i meritevoli promossi. Vedrà che i sindacati italiani, pur fra mille contraddizioni, hanno accettato principi meritocratici. E faccia qualche verifica in giro per l' Europa: vedrà che molti ci invidiano sindacati disposti ad accettare innovazioni importanti come la contrattualizzazione, la responsabilità per le performance, il superamento dell'inamovibilità dei dirigenti pubblici. Ce li invidia perfino la Francia (Fauroux e Spitz, «Notre Etat», Laffont 2001), un Paese che ha gli stessi abitanti dell' Italia, ma 2 milioni di dipendenti pubblici in più (e per i quali spende il 14,6 per cento del Pil contro il 10,5 dell' Italia)! 

 

 ------------------------ [Replica di A. Panebianco] Non ignoro, come invece mi accusa il ministro Bassanini, che il governo Prodi, cinque anni fa, si trovò di fronte a funzionari inamovibili: ma non ignoro nemmeno, a differenza del ministro, che quei funzionari non erano stati nominati solo pochi mesi prima da un governo «nemico» di Prodi. Come invece rischia di capitare a un eventuale governo Berlusconi. Detto questo, è vero che Bassanini si è sinceramente impegnato in questi anni per modificare in meglio il funzionamento del nostro sistema burocratico. Solo che non ha fatto del tutto i conti con la maledizione italiana, con il sistema nel quale, se anche è possibile talvolta «nominare» qualcuno, mai o quasi mai è possibile sbarazzarsene. Altro che «spoils system». Ribadisco poi che la corsa alle nomine nell' ultimo anno di una legislatura mi sembra assai poco rispettosa della deontologia democratica.

 


Marcello Clarich

Le mani della politica

(Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2001)

 

C’è fermento nel mondo della dirigenza pubblica. Pochi giorni fa è stato siglato un contratto collettivo nazionale che riguarda, per la prima volta, tutta la dirigenza statale, senza più distinguere tra dirigenti generali e dirigenti di livello inferiore, tutti ormai privatizzati. Oltre a legare di più la retribuzione ai risultati effettivamente conseguiti da ciascun dirigente, il nuovo contratto prevede un monitoraggio sindacale sull’attribuzione, conferma e revoca degli incarichi dirigenziali: un modo per tenere d’occhio la girandola delle nomine?Inoltre, a poche settimane dalla fine della legislatura più di un dirigente pubblico sta valutando e attuando tattiche di "riposizionamento", anche in vista di un possibile cambio, non solo di Governo, ma anche di maggioranza.Sul versante della politica si è parlato invece di "selezionatori" del Polo e dell’Ulivo che setacciano posizioni chiave e uomini in modo da poter disporre di una cinghia di trasmissione efficace tra il motore del Governo e gli ingranaggi di ministeri, enti e apparati pubblici.In realtà, il cosiddetto "spoil system", cioè la decapitazione semiautomatica dell’alta dirigenza a ogni cambio di Governo riguarda in Italia solo qualche decina di superdirigenti pubblici (capi dipartimento, segretari generali, eccetera). Ciò a differenza degli Stati Uniti dove proprio in queste settimane il neoeletto Presidente, George W.Bush, sta decidendo su migliaia di posizioni dirigenziali.Anche da noi si preannuncia però un vento che, in modo più o meno violento a seconda dell’esito delle elezioni, potrà spazzar via solo i rami più alti della dirigenza, ma che farà tremare comunque l’intero albero.Ma quanto v’è di fisiologico e patologico in tutto questo? C’è in realtà un nodo insolubile nella pubblica amministrazione: conciliare imparzialità ed efficienza (o buon andamento), valori entrambi scolpiti nella Costituzione. Il primo è assicurato al massimo grado da un corpo di dirigenti stabile, professionale e neutrale, insensibile ai mutamenti politici, secondo il modello teorizzato da Max Weber. Il secondo è rappresentato dalla classe politica che pretende di nominare dirigenti "fidati" per governare la macchina burocratica e realizzare così i programmi sulla base dei quali ha chiesto e ottenuto il consenso elettorale e dei quali sarà chiamata a rispondere di fronte al termine del mandato.Peraltro, anche nel modello weberiano i dirigenti devono fungere solo da contrappesi rispetto ai politici, non da bastoni tra le ruote. Nel contempo, anche là dove vige il sistema dello spoil system la legalità dell’azione amministrativa va assicurata con controlli rigorosi e regole procedurali garantiste.La tensione tra i due valori è sottesa anche a un’altra accusa al Governo: aver conferito in questi mesi incarichi dirigenziali, di fatto irrevocabili, per periodi tra due e sette anni così da sforare l’orizzonte temporale della legislatura. Un’ipoteca pesante sulla funzionalità del prossimo Governo, o un’operazione fisiologica in linea con le norme vigenti? L’accusa si presta però a essere ritorta perché denota l’aspirazione di nominare, al momento giusto, propri fiduciari ai posti chiave della burocrazia. In realtà, come ben sapevano i giuristi liberali di fine Ottocento, la politica, di qualsiasi colore, tende sempre a metter le mani sull’amministrazione.


 

Angelo Panebianco

Se la burocrazia va all' opposizione

(Corriere della Sera, 26 febbraio 2001)

 

La regola della democrazia è che il governo, formato da chi ha vinto le elezioni, disponga degli strumenti per governare, per fare ciò che gli elettori g li hanno dato mandato di fare. Questa regola, a quanto pare, non può applicarsi al caso italiano. Se alle prossime elezioni vincerà il centrodestra, il governo da esso espresso si troverà privo del principale strumento necessario per governare secondo la sua volontà: non potrà disporre di alti funzionari di sua fiducia. Gli alti funzionari di cui dovrà servirsi saranno, a schiacciante maggioranza, uomini nominati dal centrosinistra, e quindi, presumibilmente, simpatizzanti dell' opposizione, e saranno praticamente inamovibili. Per giunta, grazie all' arrendevolezza del centrosinistra nei confronti dei sindacati confederali, il nuovo contratto collettivo dell' alta dirigenza, come hanno stigmatizzato sia Sabino Cassese (sul Sole 24 ore del 21 febbraio) sia Andrea Monorchio e Luigi Tivelli (sul Messaggero del 23 febbraio), garantisce per la prima volta ai sindacati l' intervento in ambiti, come ad esempio il conferimento degli incarichi dirigenziali e la valutazione dei risultati dell'attività del dirigente, che dovrebbero appartenere all' esclusiva discrezionalità del potere politico. Cosa pensare di un Paese nel quale il governo scelto dagli elettori rischia di non avere alcun controllo su quell' alta dirigenza dalla cui azione dipende il successo o l' insuccesso del governo stesso? Tre elementi concorrono a fare di questa vicenda una pagina triste della nostra storia democratica. In primo luogo, l' eccessiva insensibilità del governo per alcune elementari regole di deontologia democratica. Disinteressandosi del fatto che la legislatura è al termine, il governo ha proceduto celermente a sfornare contratti individuali per buona parte dell' alta dirigenza, ossia dei 4.400 dirigenti di prima e seconda fascia. Una volta firmato il contratto, il dirigente risulta di fatto inamovibile per molti anni. Da ultimo, il ministro dei Beni culturali, Giovanna Melandri, si appresta a nominare venticinque dirigenti del suo ministero (Corriere, 23 febbraio). In pratica, il governo uscente ha eretto un muro circolare privo di porte nel quale conta di rinchiudere il governo successivo. Se il centrodestra vincerà si troverà circondato da uomini legati all' amministrazione precedente. Passi per la Melandri, ma sorprende che uomini come Giuliano Amato o Franco Bassanini non percepiscano quanto scorretto sia tale comportamento, quale vulnus comporti per le regole della democrazia. A fine legislatura non si devono fare nomine. Le si faranno dopo le elezioni se si otterrà di nuovo il consenso degli elettori. La seconda componente perversa riguarda il ruolo della sindacatocrazia. Lo Stato italiano è ormai, in larga misura, uno Stato sindacale, ove tutti i gangli vitali vedono presenti i sindacati con un ruolo strategico. Con il nuovo contratto collettivo dell' alta dirigenza i sindacati mettono le mani su uno dei pochissimi piatti fino ad oggi da loro non controllato. La terza componente riguarda l' impossibilità di spezzare la logica burocratica. Ricordate quante belle parole vennero sprecate quando si introdusse il principio della privatizzazione del pubblico impiego? Si disse che nella pubblica amministrazione sarebbe cambiato tutto, che sarebbe stato finalmente possibile valutare risultati, meriti e demeriti. Erano bugie. Abbiamo dunque un problema: come potrà mai funzionare una democrazia dell' alternanza nella quale c' è una forma, sia pure ibrida, di spoil system, di scelta politica dei dirigenti, ma rischia di giocare a favore della parte politica perdente anziché di quella vincente? 

Sabino Cassese

Potere ai sindacati

(Il Sole 24 Ore, 21 febbraio 2001)

 

Dopo un negoziato di tre anni, è stato firmato il secondo contratto collettivo nazionale per i dirigenti pubblici. Il contratto precedente riguardava solo i dirigenti, con esclusione di quelli generali. Poi, nel ’98, per un errore di strategia del Governo, sono stati precarizzati i dirigenti e inclusi nella contrattazione anche i dirigenti di livello più alto. Ciò ha avuto conseguenze gravi sia sulla separazione tra politica e amministrazione (che è difficile mantenere con dirigenti precari), sia sulla stessa contrattazione (nella quale i dirigenti sono, allo stesso tempo, soggetti e oggetto, perdendosi così l’alterità propria del conflitto sindacale).Questo nuovo contratto è ulteriore conferma dello straripamento sindacale. Di questo vi sono due segni importanti. Il primo è costituito dalla moltiplicazione degli interventi sindacali nelle decisioni amministrative; il secondo dalla varietà di materie regolate dal contratto che dovrebbero, invece, per legge, essere disciplinate unilateralmente dall’amministrazione pubblica.In primo luogo, in questo contratto si riflette un sistema di relazioni sindacali articolato in contrattazione nazionale, contrattazione integrativa di amministrazione, contrattazione integrativa di sede, concertazione, consultazione, altre forme di partecipazione (commissioni bilaterali), interpretazione negoziata dei contratti.Questa moltiplicazione dell’intervento sindacale nella vita amministrativa è disfunzionale perché aumenta i condizionamenti e le interferenze di un’amministrazione già lenta per altri motivi; perché, rinviando a livelli via via più analitici, produce, da un lato, incertezza sulle regole, dall’altro, una negoziazione continua; perché riduce, a tutto favore dell’azione sindacale collettiva, l’area della contrattazione individuale; perché, infine, finisce per privilegiare la contrattazione, considerato che la consultazione slitta sempre in concertazione e quest’ultima in contrattazione.In secondo luogo, il contratto per i dirigenti appena firmato regola materie che non dovrebbero essere oggetto di disciplina negoziata. Tra queste segnalo, in particolare, due argomenti cruciali, come il conferimento di incarichi dirigenziali e la verifica e valutazione dei risultati dei dirigenti.Queste due ultime materie sono rilevanti perché strettamente connesse al potere di organizzazione della pubblica amministrazione, al quale il Governo non dovrebbe rinunciare, per condividerlo con organizzazioni di interesse e di parte, quali sono i sindacati. Se questo accade, il Governo non avrà più il potere di dirigere la politica nazionale, perché lo strumento principale di tale potere sfugge al suo pieno controllo. Queste materie sono, inoltre, importanti perché — come osservato — il contratto riguarda anche i funzionari più alti in grado, dal ragioniere generale dello Stato ai segretari generali dei ministeri della Difesa e degli Affari esteri. I futuri Governi dovranno, quindi, seguire i criteri dettati anche dai sindacati nel conferire questi incarichi dirigenziali e nel valutare i risultati dell’attività di chi li ha ricoperti.Per comprendere appieno lo stravolgimento dell’ordinario rapporto sindacale che viene operato con questo contratto si considerino, da ultimo, i suoi firmatari. Solo due sono organizzazioni sindacali dei dirigenti, mentre le altre quattro sono organizzazioni sindacali generali. Queste ultime, rappresentative più degli altri livelli amministrativi che di quello dirigenziale, finiscono per avere maggiore voce nella determinazione delle condizioni di lavoro, di nomina e di cessazione del rapporto di quella che dovrebbe essere la loro controparte.In conclusione, i sindacati generali dei lavoratori debbono essere ben grati di questo ulteriore cedimento governativo, che pare mettere fine all’idea che nel lavoro pubblico vi siano una parte e una controparte. Sarà difficile, d’ora in avanti, imputare ai Governi la responsabilità dell’amministrazione, come vorrebbe la Costituzione, perché essa, dai vertici alla periferia, è condizionata dall’intervento sindacale. D’altra parte, sarà difficile, con tale carico di funzioni pubbliche, che i sindacati sfuggano alle domande che hanno sempre evitato, dal 1948 in poi: quella dell’organizzazione democratica interna e quella dei controlli pubblici e delle relative responsabilità.

 

Intervista all’ex ministro della Funzione pubblica, che spiega i progetti del Polo per riorganizzare la macchina burocratica
Frattini: se vinciamo, rivoluzione nei ministeri
«I dirigenti incapaci vanno davvero rimossi. Salari legati ai meriti individuali»

di PIETRO PIOVANI

ROMA — Primo: anziché lo spoils system attuale che colpisce solo i supercapi ministeriali, un meccanismo che consenta davvero di rimuovere i dirigenti poco efficienti compresi quelli di livello inferiore. Secondo: anziché gli attuali capi di dipartimento, un segretario generale unico. Terzo: niente più posto sicuro per i direttori delle agenzie, a cominciare da quelle fiscali. Quarto: più meritocrazia per tutto il personale dello Stato, convincendo i sindacati a «cambiare atteggiamento». Franco Frattini, già ministro della Funzione pubblica (al tempo del governo Dini) e oggi uomo di punta di Forza Italia, delinea alcuni interventi essenziali che il centrodestra dovrebbe compiere se andasse al governo.
Cinque anni di centrosinistra e di riforme Bassanini sono stati un terremoto per la burocrazia italiana. Ma se a vincere sarà la Casa delle libertà arriverà, è presumibile, un nuovo scossone. Perché l’attuale opposizione sostiene che quelle riforme non vanno bene e che bisognerà cambiare ancora. Silvio Berlusconi ne parla in continuazione. Promette un forte abbattimento dei costi di funzionamento della macchina statale. Prevede, in caso di una sua vittoria elettorale, «difficoltà enormi per ciò che riguarda i dipendenti pubblici» perché la legislazione attuale «sancisce che chi ha il posto di lavoro non può essere in pratica mandato a casa». Invoca maggiore meritocrazia negli uffici dello Stato e aggiunge: «si dovrà introdurre un concetto di mobilità».
Onorevole Frattini, secondo lei cosa dovrebbe fare il prossimo governo per completare o correggere le riforme di Bassanini?
«Secondo me, si deve puntare su una modernizzazione dei rapporti tra dipendente e amministrazione. Il che richiede una forte modernizzazione dell’approccio dei sindacati».
In altre parole?
«Nei contratti si stenta a far entrare concetti come l’incentivazione individuale, il premio al merito. O come, per la dirigenza, il collegamento tra i risultati ottenuti e la valutazione ai fini dell’incarico».
Parliamo prima degli impiegati. Cosa rimprovera ai sindacati?
«I sindacati finora hanno seguito la linea della protezione pura e semplice di tutti. La mia ricetta sarebbe quella della protezione dei capaci e dei meritevoli. Io credo che la maggioranza dei dipendenti desideri l’ingresso negli uffici pubblici della meritocrazia, sia stipendiale che carrieristica».
Ma negli ultimi anni sono stati introdotti i premi di produttività, le indennità di posizione, la licenziabilità dei dirigenti... tutte riforme accettate e anzi sostenute da Cgil Cisl e Uil. Lei non riconosce questi meriti ai sindacati confederali?
«Le riforme sono andate nella direzione giusta solo in teoria. In questi anni abbiamo visto tanti buoni propositi ma non la loro traduzione in buoni contratti. Avrei voluto vedere per esempio una maggiore incidenza del merito individuale, dell’incentivazione alla produttività. E avrei voluto vedere finalmente applicate quelle norme sui "controlli di risultato" dettate due anni fa per la dirigenza».
Ecco, passiamo ai dirigenti. Voi avete criticato duramente la riforma di Bassanini a cominciare dal cosiddetto spoils system che consente al nuovo ministro, quando si insedia, di rimuovere il responsabile di un dipartimento.
«Lo spoils system
è sbagliato quando dipende da una sorta di padrinaggio politico. Come è accaduto con l’operazione compiuta dal governo di centrosinistra: i dirigenti sono stati rimossi in assenza assoluta di parametri predeterminati. I ministri hanno avuto la possibilità di realizzare il turn over "in bianco", senza seguire alcun criterio».
E se dopo le elezioni toccasse a voi esercitare il potere di rimozione dei dirigenti?
«Non sarebbe la stessa cosa. Loro hanno potuto farlo perché si era nella fase in cui la legge veniva applicata per la prima volta. Invece il prossimo governo avrà le mani legate. Potrà sostituire soltanto le altissime cariche, venti-venticinque persone. Gli altri 4 mila dirigenti sono bloccati con contratti di cinque o sette anni, quindi resteranno al loro posto per tutta la legislatura. Non potremo rimuoverli finché non si saranno definiti i parametri per esercitare il controllo dei risultati, cosa che ancora non si è fatta e che il prossimo governo dovrà precipitarsi a fare».
Lei ha criticato anche la scelta di esentare dallo spoils system i vertici delle agenzie (tra cui i direttori delle delicatissime agenzie fiscali).
«Si dice: i direttori delle agenzie sono al riparo dal meccanismo dello spoils system
, un nuovo governo non ha il potere di rimuoverli. E’ un modo di pensare sbagliato e fa capire quale sia l’impostazione in materia: concedere alle agenzie tutti i benefici degli enti autonomi senza rinunciare ai benefici dei ministeri».
Tra le proposte del centrodestra c’è anche l’istituzione di un segretario generale in ogni ministero.
«Se si vuole la separazione tra l’indirizzo politico, che spetta al ministro, e le strutture amministrative, io credo che la figura del segretario generale sia la cinghia di trasmissione ideale tra i due livelli. Una specie di amministratore delegato unico per l’azienda-ministero. Magari in alcuni dicasteri il ministro che verrà non riterrà opportuno istituirlo, ma se invece vorrà farlo è bene dargliene la possibilità».


Da "Repubblica" del 4 luglio 2000

Stato, Amato si affida ai giovani
87 nuovi dirigenti trentenni 

Formati dalla Scuola superiore della Pubblica amministrazioneROMA - Arrivano i primi 87 dirigenti formati direttamente dalla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, al termine di un corso-concorso durato due anni e mezzo, di cui gli ultimi sei mesi "on stage" negli uffici. Ad accogliere l'ingresso dei giovani dirigenti (età media 32 anni), si legge in una nota della Funzione pubblica, sono stati il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, e il ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini.
"L'amministrazione -ha detto Amato agli 87 vincitori del corso-concorso- si sta riorganizzando per essere all'altezza di uno Stato moderno e competitivo. Voi costituite una parte essenziale di questo processo di riorganizzazione, occorrono persone capaci e motivate. Noi -ha concluso Amato- abbiamo scommesso su di voi, sicuri di non perdere". Bassanini ha ribadito l'importanza del ruolo della figura di manager pubblico, ricordando quanto l'amministrazione abbia investito nella formazione dei nuovi quadri dirigenziali: "adesso ci aspettiamo molto da voi -ha detto-, dal vostro entusiasmo e dalla vostra capacità di pensare e operare in modo innovativo".
Il percorso formativo dei nuovi dirigenti, ha ricordato il direttore della Scuola superiore, Franco Pizzetti, ha contabilizzato tra l'altro 1.900 ore di attività didattiche, di cui circa 400 di inglese, 160 di "alfabetizzazione informatica", 134 di gestione dei sistemi operativi, 110 di gestione dei processi, 130 di valutazione dei risultati, 50 ore di dinamiche dei gruppi e 100 ore di budget e controllo di gestione. 


Dal "Messaggero" del 14.01.2001 

COME CAMBIA LA MACCHINA DELLO STATO

Pubblica amministrazione, la carica dei “giovani leoni”
I dirigenti baby sono un centinaio, con formazione da manager: e per contare hanno varato un’associazione

di NANDO TASCIOTTI


ROMA — Sono un centinaio, hanno in media 32 anni, da appena tre mesi sono dirigenti pubblici (stipendio? 4-5 milioni netti al mese) e i ministri se li stanno già contendendo. Ma sono stati formati e vogliono sempre più caratterizzarsi come manager, mettendo in conto anche conflitti culturali con l’attuale dirigenza, formata e abituata ad una cultura prevalentemente giuridica, più attenta alle procedure che ai risultati. E così, sulla scia di quella degli ex-alunni dell’Ena (la prestigiosa scuola francese che sforna manager pubblici e privati) sta per fare le prime apparizioni ufficiali anche l’associazione degli 87 nuovi dirigenti vincitori del primo corso-concorso della Scuola superiore di pubblica amministrazione.Sono tutti laureati (giurisprudenza, economia, scienze politiche) con il massimo dei voti, e alcuni erano già "interni" alla pubblica amministrazione. Sono stati selezionati su 18 mila che avevano fatto domanda; hanno fatto un corso di due anni e mezzo (negli ultimi sei mesi, stage in amministrazioni pubbliche, imprese private od organizzazioni internazionali), con centinaia di ore di inglese, informatica, gestione di procedure e organizzazioni, valutazioni di risultati, dinamiche di gruppo, comunicazione istituzionale, e per tutta la durata del corso hanno ricevuto una borsa di studio di quasi due milioni netti al mese.Il corso è finito sette mesi fa. In base all’ordine in graduatoria, hanno potuto scegliere le amministrazioni in cui entrare come dirigenti di seconda fascia, e così sono già ai vertici di ministeri, università, Inps, Corte dei conti senza dover attendere venti-trent’anni di carriera interna. Finora, nei ministeri, tra i 363 dirigenti generali (1^ fascia) l’età media è di 58 anni (ben il 43% hanno più di 60 anni, e quelli con meno di 45 sono appena il 4%). Tra i 4.088 dirigenti di seconda fascia, l’età media è di 55 anni (quelli con più di 60 sono il 25% e quelli con meno di 45 arrivano appena all’8%).
«Noi abbiamo scommesso su di voi, sicuri di non perdere», ha detto Amato quando, ad ottobre, li ha ricevuti a Palazzo Chigi, e le prime esperienze di questi "innesti" sembrano positive: «I vari ministri se li stanno contendendo», assicura Franco Bassanini, ministro della Funzione pubblica, e lui stesso ha inserito Francesco Vèrbaro, 31 anni, il primo in graduatoria, nello strategico settore della Formazione.Ma questi pionieri della "nuova dirigenza" cominciano a muoversi anche con le prime battaglie generazionali e culturali. Hanno già stabilito un raccordo con i giovani diplomatici, i giovani segretari comunali, i giovani funzionari dell’Interno, i giovani industriali, ed è pronto un calendario di iniziative: un convegno sulla "mobilità come opportunità professionale" (25 gennaio, a Montecitorio), un incontro a Milano (5 febbraio) sulla "formazione continua" che deve sorreggere la mobilità e contribuire a superare la cultura del posto fisso, e soprattutto un megaconvegno a Taormina (24-25 marzo). Vogliono infatti far decollare la prima associazione unitaria dei giovani dirigenti di tutte le amministrazioni pubbliche (la stanno costituendo in questi giorni) e lanciare le loro tesi sulla riforma dello Stato verso il mondo politico («voi avete fatto la riforma; noi dobbiamo applicarla nei prossimi anni; ecco le nostre prime esperienze e proposte»), e anche verso gli imprenditori privati («nel settore pubblico c’è una dirigenza nuova, interessata alla mobilità tra pubblico e privato; potete scommettere anche su di noi»).Ma altra aria nuova è in arrivo: entro fine anno entreranno in servizio altri 141 giovani neo-dirigenti sfornati dal secondo corso, mentre è già partito il bando di ammissione alla Scuola di altri 174 borsisti. Ma le riforme di questi anni, e anche gli stipendi, cominciano ad attrarre nel settore pubblico anche giovani "manager" usciti da altre scuole prestigiose (Bocconi, Luiss, la stessa Ena francese, che mette alcuni posti a disposizione anche di studenti italiani), e tutti sperano naturalmente che questi innesti comincino presto a dar frutti.


Statali, più protetti gli alti dirigenti
Il governo accetta di scrivere le regole per la rimozione: contratto più vicino

di PIETRO PIOVANI

(Messaggero, 14 gennaio 2001)

ROMA — Il contratto degli alti dirigenti è un po’ più vicino. E sarebbe anche ora, essendo passati più di tre anni da quando se ne cominciò a parlare. Ora però ci sono le elezioni, c’è un governo in scadenza che vorrebbe riuscire a chiudere tutte le vertenze in sospeso prima del voto, i sindacati preferirebbero firmare prima che arrivi un nuovo governo, insomma ci sarebbero tutte le condizioni per arrivare presto a un’intesa. Infatti qualche giorno fa governo e sindacati si sono incontrati, hanno discusso a lungo e infine si sono trovati su un punto fondamentale: nel contratto bisognerà fissare anche, tra le altre cose, i criteri che un ministro deve seguire al momento di decidere se confermare o rimuovere un dirigente nel suo incarico.Era proprio questo l’ostacolo su cui finora era inciampata la trattativa. La parte economica non presenta problemi, l’entità degli stipendi dei dirigenti di prima fascia è di fatto già decisa. Viceversa le garanzie per i capi in scadenza di incarico sono state e sono tuttora oggetto di acceso dibattito. La riforma Bassanini ha introdotto come si sa il cosiddetto spoils system: tutti i dirigenti restano sulla loro poltrona a tempo determinato; quando il loro incarico scade, o quando dimostrino manifesta incapacità, possono essere sostituiti per decisione del loro superiore. Per i dirigenti prima fascia il diretto superiore che deve emettere il giudizio è l’autorità politica (il ministro nei ministeri, il presidente negli enti parastatali, eccetera).Un giudizio insindacabile? Mancando un contratto, praticamente sì. Ma i sindacati vogliono sindacare. Chiedono che nel contratto ci sia scritto ciò che già è previsto per i dirigenti di seconda fascia. L’accordo nazionale recita, all’articolo 22: «Ciascuna Amministrazione formula in via preventiva i criteri e le modalità per l'affidamento, l'avvicendamento e la revoca degli incarichi dirigenziali». Se un’amministrazione ha fissato preventivamente i criteri per la revoca degli incarichi, i sindacati hanno in mano un ottimo strumento per discutere e contrattare la rimozione o la conferma di un dirigente.Ora, con il via libera informale del governo, il nodo sembra quasi sciolto. Non resta che mettersi intorno a un tavolo e scrivere. L’Aran, l’agenzia che ha il compito di farlo per conto del governo, ha perso il presidente Dell’Aringa ma al suo posto è stato nominato pro-tempore Guido Fantoni. Il quale ha tutti i titoli per concludere la trattativa. «Non c’è alcuna ragione per non procedere e arrivare alla firma rapidamente», dice Carlo Podda della Cgil. «Se si aspetta ancora, tutti quelli che a suo tempo ostacolarono la contrattualizzazione dell’alta dirigenza troveranno nuovi argomenti per dire: avete visto, da quando ci hanno contrattualizzato è peggio».Esiste poi qualche difficoltà supplementare. Anche economica. Antonio Foccillo della Uil chiede che il dirigente rimosso e parcheggiato nel cosiddetto Ruolo Unico conservi almeno per un po’ l’indennità di risultato. «Altrimenti — osserva — ci troveremo di fronte a una decurtazione eccessiva della busta paga». La Cgil però sembra su posizioni diverse.


 

BUROCRAZIA & FEDERALISMO

La Regione Sicilia ruba la Palocci al Tesoro: gestirà 20 mila miliardi Ue

di DIODATO PIRONE


ROMA — Per la prima volta un alto burocrate dello Stato va a lavorare per una Regione. E per la prima volta una Regione importante e difficile come la Sicilia affida ad un manager "esterno" — lontano dai mille giochi della politica e dell’economia locale — la gestione di 20 mila miliardi di fondi dell’Unione Europea per il piano 2001-2006. Soldi destinati soprattutto a delicatissimi appalti di opere pubbliche.A tagliare il doppio traguardo è Gabriella Palocci, il dirigente del Tesoro (ma negli ultimi mesi era passata alla presidenza del Consiglio) che vanta un notevole primato: aver portato la spesa degli aiuti europei dall’8% circa del ’96 al 70% e passa del 2000. Per anni, infatti, la Palocci ha guidato dal ministero di via XX settembre il Servizio per le politiche dei fondi strutturali comunitari.Nota per il suo caratteraccio e spesso accusata di arroganza, dopo l’arrivo al ministero del Tesoro di Carlo Azeglio Ciampi aveva applicato per prima l’innovativo meccanismo di tagli ai fondi delle Regioni più pigre e di premi a quelle più attive suscitando durissime polemiche.Preziosi soprattutto i suoi agganci a Bruxelles — decisivi, a quanto pare, per la sua assunzione a Palermo — che le hanno consentito spesso di salvare i fondi italiani dai tagli spietati dell’euroburocrazia e dalle mire di spagnoli e tedeschi tradizionalmente più bravi di noi nell’investire il denaro dell’Unione. Ora, se funzionerà, questo ponte lanciato fra Bruxelles e Palermo potrebbe accelerare il cammino dell’Italia federale.

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